Iniziale maiuscola? Non sempre
Moltissime persone sono convinte – complice la scuola, gli insegnati non si soffermano sufficientemente su questo argomento (o non lo conoscono?) – che dopo il punto interrogativo (o punto di domanda) si debba obbligatoriamente cominciare il periodo che segue con l’iniziale maiuscola. Le cose non stanno così.
Occorre distinguere da periodo a periodo. Se si tratta di un susseguirsi di domande (o interrogazioni) facenti parte di un unico concetto; di periodi compiuti ma concatenati tra loro, ciascuna iniziale avrà la lettera minuscola: Io andarmene? mai!.
Ma vediamo un esempio molto più autorevole, il Manzoni: «Cos’è? Cos’è? Campane a martello! fuoco? ladri? banditi? Volete tornare indietro ora? e farmi fare uno sproposito?» (Promessi Sposi, 6 e 7).
Io tosso? Correttissimo
Ancora un quesito postoci da un cortese lettore. Desidera sapere – il nostro gentile interlocutore – se è grammaticalmente corretto scrivere (o dire) egli tosse in luogo di egli tossisce. Correttissimo, gentilissimo amico. L’insegnante di suo figlio ha preso un granchio sottolineando, con la fatidica matita blu, il componimento di suo figlio là dove egli scrive: Mario tosse.
Anche se poco adoperata, per la verità, la forma egli tosse è perfettamente in regola con le norme grammaticali. Ci vergogniamo per il professore! Alcuni verbi della terza coniugazione (quelli che finiscono in -ire, professore) sono chiamati verbi incoativi per analogia con i verbi latini in -sco.
Questi verbi inseriscono fra il tema (o radice) e la desinenza della prima, seconda, terza persona singolare e plurale del presente indicativo (e congiuntivo) l’infisso -isc-: ardisco. I verbi latini in “-sco” erano detti incoativi (da incohare cominciare) perché indicavano, per l’appunto, l’inizio di una azione o di un modo di essere: albesco (mi faccio bianco); nosco (comincio, imparo a conoscere).
Alcuni verbi italiani della terza coniugazione, dunque, possono avere entrambe le forme, quella normale e quella latineggiante: io tosso, io tossisco. Non c’è una legge, dipende dal gusto di chi scrive (o parla).
L’insegnante di suo figlio, cortese amico, se nutrisce dei dubbi in proposito può consultare un buon vocabolario della lingua italiana. Uno di quelli, però, con la V maiuscola.
Il professore può cliccare su questo collegamento Treccani.
Scoprire e inventare
Moltissime persone adoperano i due verbi indifferentemente, come se fossero sinonimi. No, non è affatto così: ce lo dice la loro origine, vale a dire l’etimologia.
Il primo significa, in senso lato – come recitano i vocabolari – «esporre alla vista qualcosa togliendo una copertura»; il secondo «realizzare quanto suggerito dall’immaginazione o dalla riflessione».
Insomma: si scopre qualcosa che c’è ma è nascosto e si inventa qualcosa che non c’è.
Esempi: una stella si scopre (c’era, ma non si vedeva); un macchinario si inventa (non c’era).
Si veda: etimo.it> e etimo.it.
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