Dalla penna al volume
Abbiamo scritto altre volte – in queste modestissime noterelle sulla lingua italiana – che molto spesso i vocaboli di tutti i giorni, quelli che adoperiamo comunemente – quasi inconsciamente – con il trascorrere del tempo vanno incontro a mutamenti che risultano in contrasto con l’etimologia. Prendiamo, per esempio, la penna e il volume.
Se apriamo un qualsiasi vocabolario alle voci in oggetto leggiamo, rispettivamente, «strumento adoperato per scrivere» e «libro, costituito da fogli riuniti insieme». Bene, direte, e dov’è la grande scoperta? La troviamo se – come il solito – ci rifacciamo alla lingua dei nostri antenati: i Latini.
Gli scolari dell’epoca (ma non solo loro) per scrivere sui fogli di papiro adoperavano una piccola canna (calamum) di legno. Più tardi il “progresso” fece in modo che per maggior comodità il calamum (la cannuccia) fosse sostituito con una pinna (penna) generalmente d’oca. La sostituzione dell’arnese per scrivere portò, naturalmente, alla sostituzione o meglio al cambiamento del nome; oltre tutto la pinna era oggetto molto più familiare che non il calamum.
Oggi, con il termine penna chiamiamo qualunque mezzo atto allo scrivere; abbiamo la penna biro (così chiamata dal suo inventore, un ingegnere ungherese), la penna stilografica e il pennarello, anche se questi oggetti – a dispetto dell’etimologia – non hanno più nulla a che vedere con gli uccelli e le loro… penne.
Solo il calamo, imperterrito, resiste nella nostra lingua con l’accezione originaria anche se, per la verità, è considerato termine arcaico e, se si preferisce, detto e adoperato raramente e in senso quasi sempre scherzoso: con quale calamo mi hai scritto il biglietto d’auguri?
Più interessante, ci sembra, la storia, anzi l’origine del volume arrivato a noi con l’accezione di libro. Anche in questo caso torniamo indietro nel tempo e fermiamoci alla Roma dei Cesari o giù di lì. Il libro all’atto della sua invenzione presentava gravissimi inconvenienti in quanto a praticità: scarsa durata, fragilità, sottigliezza (il libro, sarà bene ricordarlo, in origine era il foglio di carta sul quale si scriveva). Cosa fare, allora?
I nostri padri trovarono un altro sistema per confezionare fogli per la scrittura: intrecciando strettissime e sottilissime striscioline di papiro, comprimendole ed essiccandole al sole. Il papiro, quindi, non è un foglio naturale come il libro (uno strato del tronco di un albero) bensì costruito. Poiché il foglio era molto lungo esso veniva arrotolato su un bastoncino (umbilicus) in modo che venisse un… rotolo; in questo modo si aveva il volumen, dal verbo vòlvere (arrotolare, appunto) che veniva riposto nella capsa, una cartella cilindrica con coperchio. Oggi, però, chi pensa più al volume come a un rotolo? Ma le sorprese non sono ancora finite.
Il volume, nell’accezione odierna, ha acquisito, per estensione, il significato di tomo cioè «ciascuna delle parti in cui è divisa un’opera a stampa in ragione delle materie trattate» (dal tardo latino tomus e questo dal greco τόμος (tòmos) tratto da τέμνειν (tèmnein, tagliare, propriamente sezione).
E per finire, due parole due sul quaderno, termine anch’esso evolutosi in spregio all’etimologia. Il vocabolo, si intuisce, viene dal latino quattuor (quattro) perché era ricavato da un foglio grande piegato in… quattro; mentre oggi un quaderno, contrariamente alla sua etimologia appunto, è composto di moltissimi altri fogli.
Avere il mal del prete
Si adopera quest'espressione quando si viene a conoscenza di segreti che, naturalmente, non si possono rivelare a nessuno e si è tormentati come lo è il prete allorché viene a sapere di fatti delittuosi confidatigli in confessione.
L'origine di questo modo di dire forse poco conosciuto ci è raccontata dal Poliziano in una ballata: «Donne mie, voi non sapete, / ch'io ho il mal ch'avea quel prete. / Fu un prete (questa è vera) / ch'avea morto el porcellino. / Ben sapete che una sera / Gliel rubò un contadino / Ch'era quivi suo vicino / (altri dice suo compare); / Poi s'andò a confessare / e contò del porco al prete. / El messere se ne voleva / Pur andare alla ragione: / Ma pensò che non poteva, / Ché l'avea in confessione. / Dicea poi tra le persone: / Oimè, ch'io ho un male, / ch'io non posso dire avale. / Et anch'io ho il mal del prete».
Impegnare e prenotare
Le persone che amano scrivere e parlare correttamente dovrebbero prestare molta attenzione – a mio avviso – sull’uso del verbo impegnare, adoperato molto spesso in modo improprio (con la complicità – sempre a mio avviso – di alcuni vocabolari permissivi).
Questo verbo, dunque, composto con il prefisso in e il sostantivo pegno, propriamente significa dare qualcosa in pegno (anche metaforicamente): il Tizio ha impegnato tutti i mobili di casa per pagare il debito; ha impegnato il suo onore (uso metaforico) in questa faccenda.
Non è adoperato correttamente – come molti fanno, alla testa i mezzi di comunicazione di massa – nel significato di attaccare battaglia (i soldati hanno impegnato una feroce battaglia); nel significato di prenotare un tavolo (ho impegnato un tavolo per domani sera); nel significato di occupare una corsia e simili (l’automobile ha impegnato la corsia di emergenza).
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