Familiare o famigliare?

Nell’uso entrambe le grafie sono corrette.

Volendo scrivere (e parlare) bene, però, inseriremo il digramma gl (famigliare) per i parenti e per gli aggettivi che si riferiscono a questi: i miei famigliari; gli affetti famigliari.

Con la sola l (familiare) l’aggettivo che sta per noto, conosciuto e simili: questo luogo mi è familiare.

Useremo lo stesso criterio per i sostantivi familiarità e famigliarità, facendo attenzione a non inserire la vocale e tra la i e la t. Famigliarietà e familiarietà sono grafie errate.

18-05-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


I borghesi non sono cortesi?

Abbiamo visto, altre volte, che la nostra lingua è ricca di parole che con il trascorrere del tempo hanno acquisito un significato diverso da quello originario, da quello desunto dall’etimologia. Oggi vediamo la storia del borghese.
Ci affidiamo a Lodovico Griffa. I borghesi non sono cortesi? Strana domanda, direte. La cosiddetta borghesia, di solito, si vanta di essere beneducata e di mantenere rapporti con il prossimo in termini civili e cortesi. Allora perché abbiamo fatto questa domanda? Perché essa sarebbe stata assai giustificata agli inizi della nostra lingua, otto o nove secoli fa. Vediamo insieme le istituzioni e la mentalità degli uomini di quei tempi.
Cortese deriva dal latino medievale curtensem a sua volta legato al sostantivo curtem. Così si chiamava il castello medievale, attorno al quale sorgeva il borgo, ove abitavano i dipendenti più umili e gli artigiani, gente che non metteva piede nella corte se non per portare i prodotti del suo lavoro o per prestare i suoi mal ricompensati servigi al feudatario.
Cortese era dunque chi viveva a corte, e borghese chi viveva nel borgo. Poiché nel castello gli usi, i comportamenti, gli ideali di vita erano, secondo la mentalità di allora, civili e gentili, l’aggettivo cortese divenne sinonimo di nobile e raffinato, in contrasto con villano, abitante della villa o campagna, e di borghese, abitante del borgo.
Cortese non poteva essere, in quei tempi, chi non era ammesso a frequentare la corte. Però, a poco a poco, i borghesi perfezionarono i loro sistemi di lavoro, aumentarono i loro redditi e le loro ricchezze, ingentilirono i loro costumi, mentre i borghi divennero, a poco a poco, liberi comuni, sottraendosi alla giurisdizione del feudatario e spesso contrapponendosi a lui.
Con le ricchezze vennero anche la cultura e il potere e nuove e più raffinate abitudini di vita. Lentamente la classe borghese che, non nobile per nascita, trae potere e lustro dalla sua prosperità economica, è riuscita a emergere e a contrapporsi, come classe dirigente e colta, a quella feudale, staccandosi dalla plebe, da cui proveniva, e facendo classe a sé. Così il borghese è diventato anch’egli cortese.
A proposito di cultura è utile ricordare che c’è la coltura e la cultura (anche se alcuni vocabolari ritengono i due termini una variante reciproca). Il primo termine (coltura) si usa riferito alla coltivazione di alcuni prodotti della terra; il secondo nel significato di istruzione, civiltà.
Abbiamo, quindi, la viticoltura e la cultura libresca. etimo.it

17-05-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


No e non pari non sono

Gli avverbi di negazione no e non hanno usi nettamente distinti; non si possono adoperare a capocchia o ricorrendo al lancio della monetina: testa no, croce non.
Il primo (no) appartiene alla schiera delle così dette parole olofrastiche, dal greco όλος (hòlos, intero) e φράζω (phràzo, dichiaro), le quali riassumendo in sé un’intera frase debbono essere sempre isolate e in posizione accentata; non debbono, cioè, essere seguite da altra parola: vieni o no? Risulta evidente, dall’esempio, che il no è olofrastico in quanto sottintende (e la riassume) la frase o non vieni?.
Il secondo avverbio (non) non si può mai trovare in posizione accentata (cioè assoluto, da solo), si deve sempre adoperare in posizione proclitica, vale a dire prima di un’altra parola che necessariamente lo deve seguire: vieni o non vieni?
A questo punto vediamo — per maggiore chiarezza — che cosa significa posizione proclitica. Si dicono proclitiche, dal greco πρό (pro, davanti, prima), quelle particelle atone che si appoggiano nella pronuncia (quindi nell’accentazione) alla parola che segue.
Sono proclitiche, ad esempio, tutte le particelle pronominali messe prima del verbo in quanto si pronunciano unite al verbo: Giovanni mi ha parlato.
Non seguite, quindi, le malelingue della carta stampata e no che scrivono e dicono, per esempio: amici e non; gli addetti ai lavori e non; cantanti e non; esperti e non e simili. Tutti questi non sono errati e vanno sostituiti con no per la legge linguistica su menzionata.

15-05-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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