Anche le vespe fanno i favi

Ecco un modo di dire, veramente sconosciuto ai più, con il quale si invitano le persone a stare in guardia, al fine di distinguere tra ciò che realmente è buono e quello che buono lo è solo in apparenza.

L'espressione fa riferimento al favo costruito dalle vespe che apparentemente è simile a quello messo in opera dalle api, ma sostanzialmente ben diverso.

La locuzione riprende un detto di Tertulliano ("Adversus Marcionem", 4,5) il quale con la sua similitudine intendeva stigmatizzare aspramente la fondazione delle Chiese dei Marcioniti.

10-05-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Lo scanno

Gli amici lettori che ci onorano della loro attenzione sanno benissimo che non perdiamo occasione per fustigare gli operatori della carta stampata e no, i quali con i loro articoli fanno scempio della nostra bella lingua: abbiamo sempre sostenuto la tesi – e non ci interessa punto se ci ripetiamo – secondo la quale gli addetti all’informazione oltre che informare, appunto, debbono dispensare la cultura linguistica e ciò non avviene quasi mai.
Anzi, fanno di tutto per storpiare la lingua e confondere le idee alle persone sprovvedute, nonostante i reiterati appelli dell’Accademia della Crusca per un uso corretto della lingua di Dante. L’ultima smarronata – ultima si fa per dire – è di qualche giorno fa: «Il deputato regionale Caio Sempronio costretto ad abbandonare lo scranno». Dov’è cotanto errore? si dirà. Nel vocabolo scranno, che in buona lingua italiana non esiste.
Diciamo subito, con buona pace dei soliti bastian contrari, che alcuni vocabolari registrano questa voce, ma ciò non toglie che l’uso sia scorretto o, per lo meno, raro e, quindi, da evitare. La voce corretta è scanno. Lo scanno (senza la r) propriamente vale sgabello, panchetto e discende dal latino scamnum (senza la consonante r, come si può ben vedere) divenuto in lingua volgare, l’italiano, scanno, appunto, per l’assimilazione della m e la trasformazione della desinenza -u in -o.
Chi vuol parlare e scrivere correttamente deve rispettare, quindi, l’etimologia del termine e dire scanno. Un esempio stupendo lo abbiamo in alcuni versi di Dante: «così diversi scanni in nostra vita / rendono dolce armonia tra queste rote».
Ma anche nel Muratori, studioso di filologia, abbiamo un bellissimo esempio: «L’ignoranza occupava non solamente i bassi, ma anche i più sublimi scanni». A questo punto cerchiamo di trovare una spiegazione sull’uso scorretto e dilagante, ahinoi, di scranno.
L’unica spiegazione possibile si può far risalire alla corruzione popolare del vocabolo scranna e fatta propria da alcuni dizionari della lingua italiana. La scranna, infatti, è un sinonimo di scanno ma, al contrario di quest’ultimo, è di origine barbara essendo il longobardo skranna (panca).
Originariamente era una sedia dottorale, di legno, con braccioli e con spalliera molto alta. E con questo preciso significato il termine si è mantenuto nella locuzione figurata sedere a scranna, vale a dire assumere un tono dottorale, ergersi a giudice di qualcuno o qualcosa senza averne l’autorità, ma soprattutto la capacità.
Anche in questo caso abbiamo un esempio eccelso del divin toscano: «Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, / per giudicar di lungi mille miglia / con la veduta corta di una spanna?».
Concludendo, quindi, diciamo e scriviamo scanno o scranna, lasciando lo scranno solo a color che vogliono… sedere a scranna.

08-05-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


La bomba e l'aggettivo

Dopo la preposizione, le Assise e non ricordo se anche l’avverbio, anch’io desidero salire agli onori dei... giornali, anzi della rete perché – come gli altri – appartengo al gotha della lingua.
Le mie origini, come quelle dei cugini avverbio e preposizione, sono nobili; discendo, infatti, dal latino medievale adiectivum (aggiunto), composto di ad (presso) e iacere (gettare); propriamente significo colui che si getta presso; per questo motivo alcuni miei biografi amano definirmi «quella parte variabile del discorso che si aggiunge al nome per indicare una qualità o per dargli una precisa determinazione».
Sono, quindi, l’aggettivo. E sempre per il motivo di essere gettato accanto al nome sono stato diviso in due gruppi: qualificativo, se aggiungo al nome o sostantivo una qualità e determinativo se aggiungo al nome un preciso elemento che ne determini, appunto, la posizione o il possesso.
Prima di farvi degli esempi, per meglio chiarire questi concetti, mi preme rammentarvi che, essendo di nobili natali, non mi piace vedermi sempre appiccicato al nome; spesso la mia aristocratica presenza non è necessaria, per questo adoro moltissimo ciò che di me ha detto Alphonse Daudet: «L’aggettivo deve essere l’amante del sostantivo e non già la moglie legittima. Tra le parole ci vogliono legami passeggeri e non un matrimonio eterno».
Quando scrivete (o parlate), quindi, non abusate sempre di me. Tornando a bomba, se io dico una casa bella aggiungo alla casa, cioè al sostantivo, una qualità, vale a dire la bellezza; bella, per tanto, è un aggettivo qualificativo. Se dico, invece, quella casa, specifico quale casa, cioè la determino; quella, quindi, è un aggettivo determinativo.
Gli aggettivi determinativi si dividono, a loro volta, in quattro specie: dimostrativi (quella); possessivi (mia); numerali (una) e quantitativi (poco). Come mio cugino l’avverbio che può stare prima o dopo del verbo, anch’io posso essere collocato prima o dopo del sostantivo, non esiste una legge in proposito: posposto al sostantivo dò maggiore spicco alla qualità che si intende mettere in evidenza. È una donna bella ha una sfumatura diversa, infatti, che non è una bella donna.
Attenzione ai casi, però, in cui la collocazione dell’aggettivo può creare ambiguità: è una buona donna acquista un significato diverso da è una donna buona. Non finirò mai, dunque, di raccomandarvi di piazzarmi al posto giusto al fine di evitare incresciosi incidenti di percorso nelle vostre relazioni sociali.
Per quanto attiene alla concordanza, in linea di massima, devo essere dello stesso genere e dello stesso numero del sostantivo (o dei sostantivi) cui mi riferisco: il libro è bello; i libri sono belli.
Quando sono in compagnia di due o più sostantivi dello stesso genere seguirò, ovviamente, il medesimo genere e sarò plurale: i libri e i quaderni sono belli. Se, però, si tratta di esseri inanimati o di concetti astratti o strettamente affini, di genere singolare, posso restare anch’io singolare.
Mi spiego meglio con alcuni esempi: la franchezza e la generosità romane. Ma anche: la franchezza e la generosità romana. L’aggettivo singolare romana si riferisce tanto a franchezza quanto a generosità.
Ancora. Un cappello e un abito nero. Ma anche: un cappello e un abito neri. E a proposito di colori, si faccia attenzione all’aggettivo marrone perché non è propriamente tale.
So benissimo che i più lo considerano un aggettivo e lo concordano, quindi, con il sostantivo cui si riferisce cadendo, però, in un madornale errore. Marrone, dunque, non è un aggettivo come giallo, verde, rosso, nero ecc., ma un sostantivo che significa color del castagno, del marrone e resterà, quindi, invariato: guanti (del color del) marrone; giacca (del color del) marrone; scarpe (del color del) marrone.
Nessuno, infatti, si sognerebbe di dire camicie rose; capelli ceneri ma correttamente: camicie rosa (del color della rosa); capelli cenere (del color della cenere). Perché il mio amico marrone deve essere violentato?
Passo, ora, la “parola” al Pianigiani che vi “illuminerà” sull’origine della locuzione che ho adoperato prima: tornare a bomba etimo.it.

07-05-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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