La folla e il folle

Vi siete mai soffermati sul perché con il termine folla si intende quella moltitudine di persone raccolte in un luogo? Cosa è, insomma, questa folla? Vogliamo vedere, assieme, la nascita del vocabolo?
Il termine, dunque, è un deverbale, vale a dire un sostantivo generato da un verbo: follare. Questo è, a sua volta, il latino fullare, derivato di fullo, (lavandaio). A questo punto vediamo i vari passaggi semantici.
Con follare si intende sottoporre a pressione i panni bagnati perché si stringano e divengano feltrati. In origine, quindi, con la parola folla si intendeva un ammasso di cose pressate, calcate, particolarmente l’insieme di cibi ingeriti che gravano (calcano) nello stomaco.
Successivamente il termine viene adoperato come sinonimo di grande quantità; le cose pressate, infatti, possono essere numerosissime. Di qui, per estensione, la folla assume il significato di grande moltitudine di persone calcate, pressate in un luogo. E da folla, nell’accezione di gente accalcata, sono derivati i composti affollare, sfollare, sovraffollare e sfollagente.
Il folle, invece, cioè il pazzo, non ha nulla che vedere con la… folla, pur provenendo dal latino follis (pallone); alla lettera sacco di cuoio pieno d’aria. Il pazzo, quindi, il folle, in senso figurato, ha la testa come un sacco di cuoio pieno d’aria, cioè vuota…

24-11-2008 — Autore: Fausto Raso — permalink


Ricoverato in prognosi riservata

I giornali e le varie radiotelevisioni scrivono e dicono sempre che il Tizio è ricoverato in prognosi riservata. A me sembra un'espressione errata. La prognosi non è un reparto ospedaliero come potrebbe essere ortopedia, cardiologia e via dicendo: il Tizio è ricoverato in ortopedia.
La prognosi, come tutti dovrebbero sapere, indica la durata e l'esito di una malattia o di un trauma. Secondo me si deve dire, correttamente, che il Tizio è ricoverato (in ospedale) con prognosi riservata. Ed ecco – sempre a mio avviso – la prova del nove. Qualcuno direbbe o scriverebbe che Caio è ricoverato in prognosi di 15 giorni? Correttamente diremo che Caio è ricoverato in ospedale con una prognosi di 15 giorni.

22-11-2008 — Autore: Fausto Raso — permalink


Pietire non esiste

Abbiamo notato il fatto che moltissime persone, soprattutto quelle che lavorano nelle redazioni dei giornali, sono convinte della bontà del verbo pietire nell’accezione di chiedere una cosa con molta insistenza, piagnucolando e raccomandandosi: «vengo a pietire la tua comprensione».
No, amici, in buona lingua, anzi, in lingua il verbo pietire non esiste. L’argomento ci sembra della massima importanza, vediamo, quindi, di fare un po’ di chiarezza. Si dice piatire, con la a, non con la e. Probabilmente coloro che dicono e scrivono pietire pensano che questo verbo derivi dal sostantivo pietà. Convinzione errata. Vediamo il perché.
Il verbo corretto, dunque, è piatire che alla lettera significa contendere in giudizio, dibattere e, per estensione litigare ed è un derivato del sostantivo piato (lite giudiziaria, controversia). Quest’ultimo sostantivo è il latino placitum, participio passato neutro del verbo placere (piacere); propriamente il placitum è un parere, una decisione, un’‘opinione’, una sentenza e ha acquisito, nel tardo latino, l’accezione di causa, lite.
Piatire, dunque, significa discutere, litigare (durante il dibattimento in tribunale non si litiga, non si discute?). In seguito, attraverso un processo semantico e nell’uso prettamente familiare, piatire ha assunto il significato di – come possiamo leggere nel nuovo vocabolario della lingua italiana Treccani – lamentarsi con tono querulo, fastidioso; piatire sulla propria condizione; piatire sulla propria miseria; anche con uso assoluto (da solo): non fa che piatire.
Adoperato in senso transitivo e familiarmente vuol dire, per l’appunto, chiedere con noiosa e fastidiosa insistenza (quasi litigando, da piato, lite, come abbiamo visto), assumendo atteggiamenti umili: piatire protezione, piatire favori. Questo verbo, insomma, non ha nulla che vedere con la pietà e il pietismo. Quest’ultimo termine sta a indicare un movimento religioso protestante nato nel diciottesimo secolo in polemica contro la concezione dei costumi e, per estensione, sentimento di pietà non giustificato da valide ragioni. Questo sì, viene da pietà, anzi da pietista, tratto dal latino pietas (devozione religiosa).
Per concludere, cortesi amici navigatori, se tenete a parlare e a scrivere correttamente non prendete esempio da ciò che leggete sui giornali i cui articolisti – ci sia consentito – non fanno la lingua. Raramente un giornalista è anche un linguista.

20-11-2008 — Autore: Fausto Raso — permalink




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