Fare la manfrina
Il cavalier Stoppini, conosciuto negli ambienti di lavoro come un uomo taciturno, discreto e poco incline a manifestazioni affettuose verso i suoi dipendenti, quella mattina smentì sé stesso allorché si sperticò nel tessere le lodi di un impiegato che – fino al giorno prima – era stato considerato la pecora nera dell’ufficio.
Peppino – questo il nome dell’impiegato divenuto improvvisamente un modello da imitare – non credeva ai suoi orecchi: la stanza dove lavorava – per anni considerata la sua prigione – gli appariva una regia e lo Stoppini (il suo carceriere) il miglior uomo del mondo.
Solo più tardi, confidandosi con alcuni colleghi, si rese conto del fatto che qualcosa non quadrava: la manfrina del cavaliere era sincera o nascondeva qualcosa? «Non fidarti, è tutta una manfrina», questa frase dei colleghi gli rimbombava negli orecchi e lo rendeva nervoso.
Quante volte anche a voi, gentili navigatori, sarà capitato di dover sopportare una persona che la fa lunga o per un motivo o per un altro? Una persona, insomma, che fa la manfrina come usa dire correntemente. Questo modo di dire, «fare la manfrina», appunto, è un classico idiotismo, vale a dire una frase dialettale spurgata ed entrata a pieno titolo nel linguaggio nazionale.
È, infatti, una corruzione del dialetto piemontese di Monferrina, una danza allegra e dai movimenti vivaci, di stile villereccio e così chiamata perché un tempo era in voga nel Monferrato ed entrata in società all’inizio del diciannovesimo secolo quale contraddanza.
In senso figurato la manfrina è un discorso, una chiacchierata noiosa e tirata per le lunghe: «è sempre la solita manfrina». O anche, sempre in senso traslato, ossia figurato, una messinscena predisposta al fine di ottenere qualcosa, di convincere o per lo meno coinvolgere qualcuno e votarlo alla propria causa: non fidarti è tutta una manfrina; non mi incanta, conosco bene le sue manfrine! Non dargli retta, sono solo manfrine.
Pasticciere o pasticcere?
Un lettore ci scrive:
«Le chiedo di indicarmi qual è la forma corretta tra pasticcere e pasticciere o se è possibile usarle entrambe. Ho posto questa domanda al titolare di una rubrica di lingua di un giornale online, il quale ha risposto che si possono usare tranquillamente tutte e due le forme pasticciere e pasticcere poiché sono entrambe corrette.»
No, non sono assolutamente d’accordo. La forma più corretta, anzi la sola forma corretta, è la prima, pasticciere (con la i) e per un motivo semplicissimo: la i fa parte integrante del suffisso –iere. Detto suffisso indica un mestiere, un'attività, una professione: banca/banchiere; porta/portiere; pasta o pasticcio/pasticciere. Può indicare anche un oggetto, un dispositivo per qualcosa: candela/candeliere; pane/paniere; incenso/incensiere e via dicendo.
Atterrare e decollare
Tremiamo al pensiero che un nostro conoscente o congiunto ha preso l’aereo che “è decollato da Milano ed è atterrato” a Roma un’ora dopo, come leggiamo sovente sulla stampa o sentiamo dai giornalisti radiotelevisivi: il velivolo “decollato”, cioè senza testa e quindi privo di guida, invade lo spazio aereo di una potenza straniera e viene colpito da un missile. Tremiamo – sarà bene precisarlo subito – per la nostra madre lingua, per l’uso errato dei verbi decollare e atterrare.
In lingua italiana il verbo decollare ha un solo significato, quello di “staccare il collo”, cioè “decapitare”; deriva, infatti, dalle voci latine “de” (prefisso di allontanamento) e “collum” (collo); alla lettera, quindi, “allontanare il collo”. Essendo transitivo può essere sia attivo sia passivo: i vandali decollano la statua posta sulla sommità della fontana pubblica; la statua è decollata dai vandali.
Decollare nell’accezione di “involarsi”, “prendere il volo” è, invece, un prestito dal francese “décoller”, formato con “de” (prefisso privativo) e “coller” (incollare), da “colle” (colla); alla lettera “scollare”, “staccare la colla”. L’aereo, quindi, quando decolla “stacca la colla” (da terra, in senso figurato) e prende il volo.
C’è da dire, però, che questo verbo è entrato di “diritto”, ormai, nella nostra lingua con il significato, appunto, di “involarsi” ed essendo usato intransitivamente richiede – come tutti i verbi intransitivi che indicano un moto fine a sé stesso – l’ausiliare avere: l’aereo ha decollato.
Analogo discorso per il verbo atterrare che ha due significati distinti: “gettare a terra” e “posarsi a terra”. Nel primo caso è transitivo con forma attiva e passiva: il portiere atterra il centravanti; il difensore è stato atterrato dall’attaccante. Nel secondo caso è intransitivo e richiede l’ausiliare avere: l’aereo ha atterrato.
Non diamo ascolto, per tanto, alle “malelingue” radiotelevisive: diciamo e scriviamo, correttamente, che l’aereo “ha” decollato e “ha” atterrato, anche se alcuni vocabolari ammettono l’uso dell’ausiliare essere con il verbo atterrare quando si riferisce a persone: “siamo” atterrati all’aeroporto di Fiumicino alle 18.30.
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