Atterrare e decollare

Tremiamo al pensiero che un nostro conoscente o congiunto ha preso l’aereo che “è decollato da Milano ed è atterrato” a Roma un’ora dopo, come leggiamo sovente sulla stampa o sentiamo dai giornalisti radiotelevisivi: il velivolo “decollato”, cioè senza testa e quindi privo di guida, invade lo spazio aereo di una potenza straniera e viene colpito da un missile. Tremiamo – sarà bene precisarlo subito – per la nostra madre lingua, per l’uso errato dei verbi decollare e atterrare.
In lingua italiana il verbo decollare ha un solo significato, quello di “staccare il collo”, cioè “decapitare”; deriva, infatti, dalle voci latine “de” (prefisso di allontanamento) e “collum” (collo); alla lettera, quindi, “allontanare il collo”. Essendo transitivo può essere sia attivo sia passivo: i vandali decollano la statua posta sulla sommità della fontana pubblica; la statua è decollata dai vandali.
Decollare nell’accezione di “involarsi”, “prendere il volo” è, invece, un prestito dal francese “décoller”, formato con “de” (prefisso privativo) e “coller” (incollare), da “colle” (colla); alla lettera “scollare”, “staccare la colla”. L’aereo, quindi, quando decolla “stacca la colla” (da terra, in senso figurato) e prende il volo.
C’è da dire, però, che questo verbo è entrato di “diritto”, ormai, nella nostra lingua con il significato, appunto, di “involarsi” ed essendo usato intransitivamente richiede – come tutti i verbi intransitivi che indicano un moto fine a sé stesso – l’ausiliare avere: l’aereo ha decollato.
Analogo discorso per il verbo atterrare che ha due significati distinti: “gettare a terra” e “posarsi a terra”. Nel primo caso è transitivo con forma attiva e passiva: il portiere atterra il centravanti; il difensore è stato atterrato dall’attaccante. Nel secondo caso è intransitivo e richiede l’ausiliare avere: l’aereo ha atterrato.
Non diamo ascolto, per tanto, alle “malelingue” radiotelevisive: diciamo e scriviamo, correttamente, che l’aereo “ha” decollato e “ha” atterrato, anche se alcuni vocabolari ammettono l’uso dell’ausiliare essere con il verbo atterrare quando si riferisce a persone: “siamo” atterrati all’aeroporto di Fiumicino alle 18.30.

16-11-2008 — Autore: Fausto Raso — permalink


Una "sincope" non mortale

Gli amici lettori, amatori della lingua e del suo uso corretto, prestino attenzione allorché si recano presso tutti (o quasi) gli studi medici: potrebbero essere colpiti da sincope (per fortuna non mortale). E ci spieghiamo.
Avrete notato che buona parte delle targhe professionali affisse sui portoni degli studi medici (ma non solo di questi, dei “dottori” in generale) presentano un errore marchiano: l’abbreviazione di dottore. Si legge spesso, infatti, “Dr. Caio Sempronio specialista in cardiologia”, dove l’abbreviazione di dottore è, per l’appunto, errata. Il punto finale non occorre affatto. Ma non è finita. Anche la preposizione “in” è errata: si è specialisti “di” qualcosa, non “in” qualcosa. Specialista “di” cardiologia.
E veniamo all’abbreviazione corretta di dottore che si può fare in due modi: “dott.” e “dr”. La prima forma è correttissima con il punto finale in quanto sta a indicare la caduta, per troncamento, delle lettere finali “ore” [dott(ore)]. La forma abbreviata “alla tedesca”, come alcuni la chiamano, vale a dire la sigla “dr”, non necessita di punto finale perché non è un troncamento ma un accorciamento per “sincope” del termine latino “doctor”. Vediamo, quindi, cos’è questa “sincope”. Leggiamo dallo Zingarelli: “sincope, caduta di un suono o di un gruppo di suoni all’interno di una parola”. Cercheremo di essere più chiari. Il vocabolo sincope viene dal greco “synkòpto”, composto di “syn” (insieme) e “kòpto” (taglio), ‘taglio insieme’, quindi, una o più lettere all’interno di una parola. Dal “doctor” latino, dunque, tagliando dentro il termine “octo” [d(octo)r] resta ‘dr’ che non va assolutamente con il punto finale: dr Pinco Pallino. Lo stesso discorso per quanto attiene all’abbreviazione di “junior” (che ‘andrebbe’ scritto con la ‘i’ normale, non con la “j” in quanto il latino classico non conosceva quest’ultima lettera): Bush jr quindi, senza punto finale e si legge come si scrive: non “giunior”, come spesso sentiamo dai grandi ‘dicitori’ dei vari telegiornali. Ma torniamo, un attimo, all’inizio di queste noterelle. Dicevamo che bisogna dire “specialista ‘di’ ”, non “in”. Se proprio si vuole adoperare quest’ultima preposizione si dica “specializzato ‘in’ ”: specializzato in cardiologia.

15-11-2008 — Autore: Fausto Raso — permalink


Rivedersi in pellicceria

Giovanni e Pasquale erano conosciutissimi in tutto il quartiere per le loro bravate: intimorivano i commercianti, infastidivano i passanti e le fanciulle, scippavano gli anziani non appena questi uscivano dall’ufficio postale dopo aver ritirato i quattro soldi della pensione; erano, insomma, il terrore del rione.
Un giorno, non trovandosi d’accordo sull’ultima impresa da compiere, litigarono violentemente e Pasquale che era il più duro si rivolse a Giovanni in malo modo, dicendo: «Stai tranquillo, oggi è andata così, ma non è finita, ci rivedremo in pellicceria!»
Quest’espressione – probabilmente sconosciuta ai più – si usa nei confronti di coloro che comportandosi con una certa astuzia e malvagità sono destinati a finire male come i loro simili. Come nel caso, appunto, di Pasquale e Giovanni, i bulli del quartiere.
Puccio Lamoni, nelle sue note al Malmantile racquistato (un poema burlesco), così spiega questo modo di dire: «Questo è il commiato che noi finghiamo che si diano le volpi una con l’altra; perché sapendo che devono essere ammazzate, e le loro pelli vendute, dicono a’ loro figliuoli, quando da essi si separano: a rivederci in pellicceria.»

14-11-2008 — Autore: Fausto Raso — permalink




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