Alcuni verbi adoperati impropriamente
Diamo un elenco di alcuni verbi adoperati impropriamente — non in modo errato, si badi bene — e da evitare, per tanto, in buona lingua italiana.
CALCOLARE — il significato principe del verbo è fare i conti. È un francesismo bello e buono usarlo nel significato di: valutare, soppesare, considerare, pensare, stimare e simili. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere non dirà, per esempio, “abbiamo calcolato il pro e il contro prima di prendere questa decisione”, ma “abbiamo valutato il pro e il contro”.
DECLASSARE — verbo da lasciare ai gerghi ferroviario e marinaro. Una persona non si declassa, si rimuove da un incarico, da un posto. Ecco alcuni verbi che possono fare — secondo i casi — alla bisogna: deporre, retrocedere, rimuovere e simili.
ESULARE — significa andare in esilio. Gli amanti della buona lingua non lo usino nell'accezione di essere estraneo e simili: quello che stai facendo esula dalle tue competenze.
FIGURARE — si eviti l'uso del verbo in oggetto nel significato di essere presente: alla cerimonia figuravano le massime cariche dello Stato.
FORMARE — non si adoperi questo verbo nell'accezione di costituire, rappresentare e simili. Non si dica, per esempio, l'appartamento in cui abito è formato da quattro stanze.
GIUBILARE — provare giubilo. È invalso l'uso di usarlo dandogli l'accezione di mandare in pensione, collocare a riposo. Non tutti, però, giubilano nel momento di andare in quiescenza...
LUSINGARE — verbo adoperato nell'accezione di sperare, confidare e simili, soprattutto nel gergo commerciale: ci lusinghiamo di averla sempre come cliente. In uno scritto (e parlato) sorvegliato si dirà: confidiamo, speriamo di averla sempre come cliente.
Perché il [lei]
L'usanza di dare del lei in segno di rispetto verso la persona cui ci rivolgiamo si può datare, storicamente, attorno al secolo XV. Nei secoli precedenti — parlando o scrivendo — si dava del tu se ci si rivolgeva a una persona con la quale si aveva una certa familiarità e del voi, invece, se il nostro interlocutore era un personaggio di alto rango o con il quale non si era in confidenza. Vediamo, ora, come è nato il lei, pronome prima... sconosciuto.
L'avvento e il consolidarsi delle varie Signorie — a partire dal secolo decimoquarto — determinò, oltre a un sostanziale sconvolgimento delle condizioni politiche, economiche, sociali, culturali e di costume, nuove regole di vita; regole improntate all'insegna della raffinatezza più squisita e della solenne esteriorità. Si capisce benissimo, quindi, come in tale habitat il formalismo divenisse regola di vita e come i cortigiani facessero a gara — nell'intento di accattivarsi la riconoscenza del potente — nelle manifestazioni ossequiose e molto spesso adulatrici nei confronti del padrone che — se non incoraggiava tali espressioni ossequiose — certamente non le disdegnava.
Nacque, così, l'usanza di indirizzare il discorso al signore non rivolgendosi direttamente a lui, cioè alla sua persona ma all'idea astratta di cui costui — nell'intento adulatore di chi parlava — era, per così dire, la personificazione: ci si rivolgeva, dunque, al sovrano adoperando, di volta in volta, titoli come Vostra magnificenza, Vostra Signoria, Vostra Eccellenza e simili. Questi titoli, nel Quattrocento, erano stati ufficializzati e nel parlare e nello scrivere si adeguava a questi la concordanza pronominale; si adoperava, cioè, ella, essa e lei in riferimento, per l'appunto, a vostra magnificenza, vostra signoria, ecc.
Tale uso si estese, molto rapidamente, nella prima metà del Cinquecento grazie soprattutto agli Spagnoli, presenti sul nostro patrio suolo, che gratificavano con titoli onorifici anche coloro che non avevano l'autorità signorile (le così dette persone comuni). Questo fatto accrebbe la popolarità del lei che, perso l'originario e specifico valore di forma di ossequio, divenne pura e semplice formula di rispetto, in diretto riferimento alla persona cui si indirizzava il discorso e lo scritto. Occorre ricordare, anche, che l'uso del lei raggiunse solida e completa stabilità linguistica quando si cominciò ad adoperare questo pronome non più con funzione esclusiva di complemento ma anche — come è tuttora d'uso — in funzione di soggetto.
Rabboccare e riboccare
Si presti attenzione all'uso corretto dei verbi rabboccare e riboccare perché molto spesso vengono considerati l'uno sinonimo dell'altro. Così non è.
Il primo, transitivo, significa aggiungere liquido fino a colmare il recipiente: l'otre non è pieno bisogna rabboccarlo.
Il secondo, invece, intransitivo, sta per esser colmo, traboccare. Nei tempi composti si coniuga con l'ausiliare avere se si prende in considerazione il contenitore: il bicchiere ha riboccato; l'ausiliare essere se interessa il contenuto: il latte è riboccato.
La medesima regola per il sinonimo traboccare.
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