E in principio fu il verbo
Permettetemi, gentili amici, di entrare discretamente nelle vostre case e di presentarmi. Sono il principe del discorso, la parola per eccellenza; in altri termini sono il verbo. Dai miei biografi sono definito «quella parte variabile del discorso che serve per indicare un fatto, un modo di essere, un'azione riferita a un determinato soggetto e considerata nel tempo passato, presente e futuro».
Come potete constatare, senza di me nessuno può aprire bocca; sono, quindi, la chiave che vi consente di accedere dappertutto nel vastissimo labirinto della lingua italiana. Posso vantare nobili natali: discendo, infatti, dal latino verbum, la parola per eccellenza.
Tutti i verbi della lingua italiana possono essere raggruppati in due grandi categorie: verbi transitivi e verbi intransitivi. Non tutti, però, mi sanno adoperare a dovere, anzi molti non riescono a distinguere un verbo transitivo da un verbo intransitivo. Alcuni, tra i miei biografi, amano dire: un verbo si dice transitivo quando l'azione da questo espressa passa (transita) direttamente dal soggetto che la compie all'oggetto che la riceve: Giuseppe impara la poesia. Oppure: un verbo si dice transitivo quando può avere un complemento oggetto (anche sottinteso).
Nonostante queste chiarissime definizioni, però, molto spesso alcuni non riescono a trovare il complemento oggetto perché sovente non è espresso. Ho pensato, quindi, di suggerirvi un piccolo trucco per distinguere i verbi transitivi da quelli intransitivi, da quelli, cioè, che non possono avere un complemento oggetto perché l'azione non passa ma resta sul soggetto che la compie. Vediamo.
Un verbo è transitivo se può diventare passivo con l'ausiliare essere (o venire). Mi spiegherò meglio con un esempio: Mario vede il sole. Possiamo dire esser visto? Sì, il verbo vedere è, quindi, transitivo. Antonio passeggia sul marciapiede. Possiamo dire essere passeggiato (o venire passeggiato)? Indubbiamente no. Il verbo passeggiare, per tanto, è intransitivo. L'azione che Antonio compie (il passeggiare) non passa sul marciapiede ma resta sul soggetto (Antonio).
A questo riguardo mi preme chiarire il corretto uso del verbo iniziare, perché se non adoperato a dovere è spesso causa di furibonde liti con il cugino cominciare. Mamma Rai — come usa dire — fino a qualche tempo fa, anziché fare la pompiera alimentava le liti tra i due. Sul piccolo schermo compariva la scritta «le trasmissioni inizieranno alle 9.30». Questo inizieranno mandava letteralmente in bestia il verbo cominciare, l'unico autorizzato a comparire in frasi di questo tipo. Perché? vi domanderete. È presto detto.
Iniziare è solo transitivo, non può essere adoperato intransitivamente. Le trasmissioni quale azione compiono, visto che un verbo transitivo deve avere necessariamente un soggetto animato che compie l'azione? In casi del genere, se proprio si vuole usare il verbo iniziare, lo si faccia diventare un finto passivo o riflessivo: le trasmissioni si inizieranno alle 9.30.
Il problema non si pone se si adoperano i verbi che fanno alla bisogna: cominciare o incominciare, entrambi sono bivalenti, possono essere, cioè, sia transitivi sia intransitivi.
Grato della vostra attenzione, vi saluto cordialmente.
Il vostro amico
Verbo
Stare a dozzina
Ecco un altro modo di dire, del nostro meraviglioso idioma, poco conosciuto. Ne sa qualcosa il cavalier Trombini, che costretto per lavoro ad abitare temporaneamente in casa d'altri, in subaffitto, si sentì dire che stava a dozzina . Vediamo, dunque, il significato di questa locuzione che, lì per lì, Trombini non seppe interpretare.
Due sono le origini del modo di dire. L'espressione significa, intanto, vivere in casa altrui pagando un tanto il mese per il vitto e per l'alloggio. Molti Autori sostengono, in proposito, che l'espressione derivi dal fatto che un tempo il fitto si pagava ogni dodici giorni (dozzina), non ci sono, però, prove provate.
Sentiamo la versione del Tommaseo: «Il dare, lo stare, l'essere, il mettersi, il tornare a dozzina, il tenere dozzina, numero determinato per l'indeterminato, viene forse da questo: che ce ne vuole un certo numero perché il conto torni; o perché il numero dodici, oltre l'essere compito, segnatamente ne' conviti, è tenuto di buon augurio, o da' dodici commensali alla cena del Signore».
Il fallocrate
Riprendiamo il nostro viaggio — interrotto tempo fa — alla ricerca di parole omografe ed omofone (parole che si scrivono e si pronunciano nello stesso modo) ma di etimologia e significato, in genere, del tutto diversi.
Quale parentela esiste, per esempio, tra il fallo nell'accezione di errore, sbaglio, il fallo calcistico e il fallo o membro virile?
Se apriamo un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana alla voce in oggetto, possiamo leggere: mancanza, colpa grave, errore, sbaglio, imperfezione, azione irregolare o scorretta, organo genitale maschile. La nostra curiosità etimo-significato, però, non viene appagata in quanto non siamo in grado di stabilire l'eventuale parentela che intercorre tra i vari falli nei significati suddetti.
Vogliamo conoscere, insomma — ed è lo scopo del nostro viaggio — il capostipite che ha generato — nel caso — i vari... falli. Per questo ci affidiamo a Enzo La Stella, studioso di cose linguistiche, che con somma maestria ci guiderà — senza alcun... fallo — nel nostro viaggio prettamente etimologico.
«(...) Tralasciamo il "fallo" imperativo che invita perentoriamente a fare qualcosa, cominceremo col fallo che indica l’errore (“mettere un piede in fallo”) e da cui deriva il “fallimento”; all’origine il latino fallere, ingannare o deludere e, al passivo, sbagliare, significati che vanno perfettamente d’accordo coi nostri. Apparentemente anche il fallo calcistico sembra avere la stessa provenienza ma, in realtà, è l’adattamento fonetico dell’inglese foul , sporco, scorretto, irregolare. Il fallo anatomico e, ormai, soprattutto politico (ma ricordiamo anche un fungo velenoso, l’'Amanita phalloides', che gli somiglia per la forma) viene invece dal greco φαλλός phallós, riproduzione in legno, cuoio o ceramica del membro virile, che era uso onorare come simbolo della potenza generatrice e portare in processione per impetrare abbondanti raccolti. Il -crate che gli si aggiunge in ‘fallocrate’ per indicare l’esasperato maschilista che userebbe il fallo come scettro per dominare ci riporta ancora al greco κράτος kràtos, potere, da cui derivano anche ‘aristocrazia’ o governo degli ottimati ( ἄριστος àristos), ‘plutocrazia’ ( πλοῦτος plùtos, ricchezza), ‘partitocrazia’ e simili».
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