Pulpito, pergamo e ambone
Ci scrive Benedetto V. da Piacenza: «Gentilissimo dott. Raso, ho scoperto, per caso, la sua rubrica trovando un tesoro, un tesoro linguistico, ovviamente. Le scrivo per una curiosità, confidando nella sua disponibilità. Perché il pulpito delle chiese dal quale il sacerdote "arringa" i fedeli si chiama anche pergamo e ambone? Cosa c'entrano, scherzo naturalmente, la pergamena e l'ambo del gioco del lotto? Sperando di leggerla, le porgo i miei più cordiali saluti».
Cortese Benedetto, la ringrazio per le sue belle parole. Le faccio rispondere dal linguista Ottorino Pianigiani. Clicchi sui collegamenti in calce:
Etimo.it – pergamo
Etimo.it – ambone
a href="http://www.etimo.it/?term=pulpito">Etimo.it – pulpito
Massivo e Di gran mattino
Ecco altri due francesismi che gli amatori del bel parlare e del bello scrivere debbono assolutamente evitare. Il primo è un aggettivo adoperato come sinonimo di grossolano, possente, madornale e simili. Ma è un francesismo, appunto, derivato da massive, femminile di massif. In italiano c'è il corrispettivo massiccio, usato anche dal principe degli scrittori: «Son uomo... da dargli ragione in tutto, anche quando ne dirà di quelle così massicce» (A. Manzoni).
L'altro gallicismo è una locuzione modellata su quella francese de grand matin. In buona lingua italiana si dice di buon mattino.
Vedere pescare la gatta
Quest'espressione non è molto conosciuta essendo stata relegata nella soffitta della lingua; un tempo, però, andava di moda ed era adoperata con il significato di essere ingannato: ho mandato il mio amico a «veder pescar la gatta», gli ho fatto credere, cioè, una cosa per un'altra. Questo modo di dire, insomma, è simile a quello più conosciuto e ancora adoperato, darla a bere.
Anche se desueto, come dicevamo, lo proponiamo perché ci piacerebbe che tornasse alla ribalta. Per la spiegazione e l'origine della locuzione ci affidiamo a Franco Sacchetti, novelliere e poeta vissuto a cavallo dei secoli XIV e XV, il quale nella novella XCIX racconta che «Bozzolo mugnajo volendo rubare il grano a un signore fiorentino, che per isfiducia di lui aveva mandato un suo garzone che assistesse alla macinazione, onde ingannare il garzone e rubare a suo agio, prese una gatta e disse che andava con quella a pescare. Il ragazzo, spinto dalla curiosità, volle andare a vedere questa novità, senza curarsi degli ordini che aveva ricevuto dal padrone. Intanto il garzone del mugnajo, da questo indettato, messe nei sacchi del signore due staja di farina di meno. Di qui venne il proverbio "veder pescar la gatta", quando alcuno è tratto in inganno con qualche astuzia».
Francesco Serdonati, grammatico e umanista fiorentino del XVII secolo, nella spiegazione che dà del modo di dire, non fa riferimento alla novella del Sacchetti e si limita a dire che veder pescar la gatta vuol dire lasciarsi burlare e lo fa derivare «da' mugnaj, che quando va qualche sempliciotto al mulino, gli dicono che vadi a veder pescar la gatta, ed egli, credendo veder qualche cosa nuova, corre al fiume, e 'l mugnajo fra tanto gli ruba il grano o la farina».
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