Lasciare (lanciare) le noci
Sembra che la suddetta espressione risalga all'epoca dei nostri antenati Latini (relinque nuces). Durante la celebrazione del matrimonio lo sposo lanciava delle noci, che metaforicamente rappresentavano l'abbandono dell'infanzia per entrare nell'età adulta.
La cerimonia del lancio delle noci da parte dello sposo era fortemente sollecitata dai bambini presenti, che in seguito le adoperavano nei loro giochi in alternativa alle biglie.
Secondo Plinio le noci avevano un’importanza fondamentale nelle cerimonie nuziali perché dotate di un doppio rivestimento, il guscio e il mallo, erano per tanto simbolo di una unione solida e duratura.
Secondo altri autori il lancio delle noci ai bambini rappresentava un gesto di buon augurio per la novella sposa che entrava nella casa del marito. Si è ipotizzato anche che questo rituale fosse un augurio di prosperità e fecondità per la nuova coppia.
Ancora oggi oltre al riso si lanciano ai novelli sposi confetti e caramelle. E i fanciulli presenti si precipitano a raccoglierli con lo stesso entusiasmo e gioiosa confusione dei bambini di tanti tanti secoli fa.
Disopra e di sopra
Di questo avverbio di luogo, che sta per in luogo superiore, soprasono corrette entrambe le grafie (la scissa e l’univerbata); la più adoperata, però, è la forma scissa.
È preferibile la grafia unita quando l’avverbio è adoperato in funzione di sostantivo maschile atto a indicare la parte superiore di qualcosa: il disopradel tavolo; il disopradell’edificio.
Fare un cancan
Il modo di dire, che avete appena letto, è conosciutissimo in quanto tutti lo adoperiamo allorché vogliamo mettere in evidenza il fatto che una persona — spesso in preda alla collera — fa un gran putiferio, un pandemonio o si comporta in modo da sollevare uno scandalo. La locuzione ha varie interpretazioni... etimologiche.
Cancan innanzi tutto — è il caso di ricordarlo — è anche il titolo di una canzonetta, o meglio di una danza francese alquanto sfrenata, in voga nel periodo della Belle Époque. Il termine cancan, dicevamo, si presta a due interpretazioni.
Secondo il “Dizionario” di P.M. Quitard sarebbe il latino quamquam, vale a dire sebbene. Questa congiunzione era di moda, nel secolo XVII, tra i conferenzieri universitari, che la adoperavano in apertura di discorso: era ritenuta, infatti, un costrutto molto elegante e raffinato al punto di assumere l’accezione di arringa pubblica su argomenti filosofici. Ma vediamo come il vocabolo si è diffuso nel significato odierno di putiferio.
Secondo l’usanza gotica la congiunzione latina quamquam veniva pronunciata kankam. Un celebre umanista però, Ramus, sosteneva, giustamente, che la locuzione andava recitata alla latina ma i sapientoni della Sorbona (università parigina) non ne vollero sapere tanto che dimissionarono un giovane professore che aveva avuto l’impudenza di pronunciare quamquam.
Questi fece ricorso al Parlamento dove l’umanista Ramus assunse la difesa del giovane docente. Davanti alle assise Ramus riuscì a smantellare le argomentazioni dei fautori della pronuncia gotica (kankam) con motivazioni che misero in ridicolo gli accusatori del giovane insegnante. Il Parlamento, allora, emise un verdetto salomonico lasciando a ciascuno la facoltà di pronunciare il termine in tutti e due i modi.
Al verdetto seguì un furibondo litigio con una rissa conclusasi con l’assassinio di Ramus. Da quel momento in poi il vocabolo passò a indicare una violentissima discussione su argomenti di irrilevante importanza e in seguito, per estensione, un... cancan, cioè un gran putiferio.
La seconda interpretazione — per altri insigni Autori — va ricercata nel suono onomatopeico con cui i fanciulli francesi chiamano l’anatra (canard) ma va riferita, anche e soprattutto alla danza in cui il passo e il dimenarsi assomigliano all’andatura dell’anatra, appunto.
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