Essere in linea

Ciò che stiamo per scrivere — lo diciamo subito — non è in linea con i vocabolari e con quanto sostengono i linguisti (tutti?) perché vogliamo parlare proprio della linea che ricorre in alcune locuzioni di uso comune ma da evitare, in buona lingua italiana, perché sono francesismi in cui la linea c'entra come i cavoli a merenda.

Il significato primario di linea è — come recitano i vocabolari — «Segno grafico, generalmente sottile, tracciato da un punto a un altro su una superficie»: tirare, tracciare una linea su un foglio. Solo con questo significato — a nostro modo di vedere — il termine è corretto.

Sono da evitare, dicevamo, alcune espressioni francesizzanti come in linea di principio; essere in linea, in linea teorica, su tutta la linea, linea di condotta e simili. Che cosa c'entra, infatti, la linea in queste locuzioni? Chi ama il bel parlare e il bello scrivere dirà, correttamente: in teoria, per principio, interamente, del tuttoed espressioni simili.

06-07-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Lo zeugma

Non vorremmo peccare di presunzione se diciamo che nessuno dei nostri lettori ha mai sentito parlare dello zeugma, anche se molto spesso, nel parlare o nello scrivere lo mette in pratica. Perché? Perché — come sosteniamo — molti sacri testi grammaticali snobbano questa figura retorica.
Lo zeugma è, infatti, una figura retorica che riunisce in dipendenza di un solo verbo più termini dei quali alcuni richiederebbero un verbo proprio. Prende il nome dalla voce greca ζεῦγος (zèugos, giógo) e significa aggiogamento, legame e in alcuni casi è un vero e proprio errore di grammatica.
Dante, il grande Dante, cade volutamente in questo errore quando riunisce alla dipendenza di un unico verbo due termini, ognuno dei quali vorrebbe altra dipendenza, là dove dice: «parlare e lagrimar vedrai insieme» (Inferno, XXXIII 9). Ora, secondo la logica grammaticale, avrebbe dovuto dire “vedrai lagrimare e udrai parlare”. Le lacrime, infatti, si vedono e il parlare si ode. Ma il Divino — come si sa — lo ha fatto per snellire la frase, e in lui lo zeugma non è un errore ma una forma di eleganza stilistica.
E a proposito di zeugma, ma forse è meglio dire di strafalcioni, ricordate — se volete parlare e scrivere correttamente — di non dare mai il medesimo complemento a due verbi diversi, ognuno dei quali deve reggere un complemento distinto. Non dite o scrivete, per esempio, «obbedite e rispettate i vostri genitori». Obbedire, solitamente, è un verbo adoperato intransitivamente, non può reggere, quindi, il complemento oggetto come lo ha, invece, il verbo rispettare. Non zeugmate, la sola forma corretta è: obbedite ai vostri genitori e rispettateli. Il primo verbo, infatti, richiede il complemento di termine, il secondo il complemento oggetto. Non rispettando questa “legge grammaticale” si cade in un errore che potremmo definire zeugma alla rovescia.
Così pure è errato dire, anche se si sente spesso, «era simpatico e ricercato da tutti». Si dirà, più correttamente, «era simpatico a tutti e perciò ricercato».
Un altro errore frequentissimo, e che si riscontra nei massinforma (giornali e radiotelevisioni), è quello di dare alla medesima parola (verbo) due complementi formati in modo diverso come, per esempio, «all’imputato piaceva vedere la televisione e di leggere». Sentite, oltretutto, la stonatura? L’unica forma corretta ed elegante è: «all’imputato piaceva la televisione e la lettura». Attenzione, però, e non ci stancheremo mai di ripeterlo: in grammatica non esistono regole assolute.
Molte volte ciò che è un errore, se commesso per mera ignoranza, può, al contrario, essere una forma di eleganza stilistica quando sia fatto ad arte da uno scrittore per ricavarne un certo effetto. Resta da stabilire una sola cosa: quali sono gli scrittori che si possono permettere di far testo? Quelli che un tempo dal salotto di Maurizio Costanzo pubblicizzavano il loro primo (e spesso unico) libro tra un consiglio per gli acquisti e l’altro, cioè tra una lavatrice e un dentifricio?

05-07-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Uova pasquali

Le uova, come simbolo pasquale hanno — potremmo dire — origini che si perdono nella notte dei tempi avendo tradizioni molto antiche, legate soprattutto alla primavera, come stagione feconda.
L'uovo rappresenta la Pasqua nel cosmo intero: dipinto, intagliato, di cioccolato, di terracotta e di carta pesta. Le uova colorate o dorate hanno un'origine molto più antica rispetto a quelle tradizionali di cioccolato.
Le uova, probabilmente per la loro forma e sostanza molto particolare, hanno sempre rivestito un ruolo unico, quello del simbolo della vita in sé, ma anche del mistero, quasi della sacralità. Nell’iconografia cristiana l’uovo, infatti, è il simbolo della Resurrezione: il guscio rappresenta il sepolcro dal quale esce un essere vivente.
Per i pagani, invece, l’uovo è il simbolo della fertilità: l’eterno ritorno alla vita. I persiani, i cinesi e i greci se li scambiavano come dono per le feste di primavera. Per i filosofi egiziani l’uovo era il fulcro dei quattro elementi. Per gli israeliti era un dono da dare agli amici e lo regalavano anche a chi festeggiava un compleanno. I nostri antenati latini usavano dire: Omne vivum ex ovo. Ma andiamo avanti.
Dipingere e decorare le uova durante il periodo pasquale risale a quest’ultimo periodo: regalarne uno colorato era sinonimo di auguri e buoni auspici. Durante il periodo medievale era tradizione regalare le uova a tutti i servitori.
In Germania le uova venivano donate ai bambini assieme ad altri regali. In certi Paesi, come l’Inghilterra, ogni anno a Pasqua i bambini vanno a cercare in giardino, fra l'erba e i cespugli, le uova che il dispettoso coniglietto pasquale ha colorato e poi nascosto.
Anche in alcune regioni della Francia si nascondono le uova colorate nei giardini e si racconta ai bambini che sono state depositate dalle campane che la notte del Venerdì Santo hanno volato fino a Roma per prenderle ed è per questo motivo che nessuno le sente suonare durante la notte della Passione.
Nei Paesi nordici è tradizione anche fare dei giochi con le uova sode: si debbono far rotolare da un dosso senza romperne il guscio oppure tenere un uovo lesso in mano e cercare di rompere quello tenuto dall’avversario.
Ma come nasce la tradizione pasquale di colorare e decorare le uova?
Questa usanza nasce, con molta probabilità, dalla leggenda secondo la quale dopo che Maria Maddalena aveva trovato il sepolcro di Gesù vuoto, corse dagli apostoli annunciando loro la straordinaria notizia.
Pietro, incredulo, disse: «Crederò a quello che dici solo se le uova contenute in quel cestino diverranno rosse».
E le uova, di colpo, si colorarono di un rosso intenso! Ogni civiltà ha creato un proprio modo di decorare le uova. A volte si usano quelle sode, colorate con colori vegetali e alimentari se si intende mangiarle. Oppure si svuotano facendo un forellino con un ago a ogni estremità dell'uovo, così facendo si usa soltanto il guscio.
In Grecia si era soliti scambiarsi uova rosse in onore e memoria del sangue versato da Gesù Cristo. Ancora. In Germania e in Austria si regalano uova verdi il Giovedi Santo. In Armenia, invece, si usa dipingere le uova con immagini di Gesù, della Madonna o con scene tratte dalla Passione.
Nei paesi dell'Europa orientale si utilizzano, per decorare le uova, motivi stilizzati geometrici bicolori: blu e bianco, rosso e bianco…
Una tecnica molto antica — tramandata di generazione in generazione — per decorare le uova consiste nell’incollare piccole piante e foglie intorno alle uova e nel bollirle con colori vegetali. Staccando le piante, sul guscio rimangono delle impronte più chiare.

04-07-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink




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