Non volere il pane a conto

Il modo di dire, che avete appena letto, probabilmente è sconosciuto ai più. Si adopera quando si vuol mettere in evidenza il fatto di non accettare prestiti o favori troppo impegnativi. Quando non si vogliono avere, insomma, debiti con nessuno; siano essi debiti materiali siano essi debiti morali.

La locuzione trae origine dall’usanza di comperare il pane senza pagarlo subito ma facendo segnare l’importo dovuto su una nota (conto) da pagare in un tempo successivo.

07-04-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Parlare a vanvera

Ci scrive Mario R. da Taormina: « Stimatissimo dott. Raso, seguo sempre, e con vivo interesse, le sue istruttive noterelle sul buon uso della lingua italiana. Le scrivo per una curiosità: perché si dice “parlare a vanvera”? Grazie e distinti saluti ».

Gentilissimo Mario, le confesso che non lo so, anzi, non lo sapevo. Le riporto una spiegazione che ho trovato cercando nella rete; non so, quindi, quanto questa fonte possa essere attendibile.
L'espressione compare per la prima volta nel 1565 in un testo dello storico fiorentino Benedetto Varchi e significa dire cose senza senso o senza fondamento. Sulla sua provenienza si sono fatte molte ipotesi.
Alcuni studiosi, ad esempio, fanno notare che la radice di vanvera assomigli a quella di vano. Altri ritengono che la parola derivi dal gioco della bambàra , una locuzione, forse di origine spagnola, con la quale s'intendeva una perdita di tempo. Origini contrastanti.
E se a rinforzare questa tesi c'è il fatto che in certe zone della Toscana si dica proprio parlare a bambera , alcune contraddizioni cronologiche e altri piccoli indizi sembrerebbero smentirla seccamente. Per questa ragione, oggi gli etimologisti sono più propensi a credere che vanvera sia una variante di fanfera , una parola di origine onomatopeica che vuol dire cosa da nulla : fanf-fanf, infatti, riproduce il suono di chi parla farfugliando e, appunto, senza dire niente di sensato.
Le segnalo, anche, ciò che dice il vocabolario etimologico di Ottorino Pianigiani.

06-04-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Aspettare e spettare

Si presti attenzione, nello scrivere e nel parlare, a questi due verbi: aspettare e spettare perché molto spesso si confondono l’uno con l’altro in quanto sono parenti.

Il primo, come recitano i vocabolari, significa «essere in attesa dell’arrivo di qualcuno o del verificarsi di qualcosa» : aspetto l’apertura del negozio; il secondo sta, invece, per appartenere di diritto, toccare, competere, riguardare e simili: spetta a te fare gli onori di casa.

Non diremo quindi, soprattutto in alcune regioni, « per quel lavoro ti aspettano 50 euro» ma, correttamente, ti spettano , ti toccano , ti competono 50 euro.

Un’ultima annotazione. Non si adoperino, indifferentemente, i verbi aspettare e attendere. Si aspetta il tram alla fermata; si attendono i risultati degli esami. Nel verbo attendere è insita l’idea dell’ansia, del desiderio, della commozione... Sentimenti che non si provano, certamente, aspettando il... tram.

05-04-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink




I nostri siti
En français
In english
In Deutsch
En español
Em portugues
По русски
Στα ελληνικά
Ën piemontèis
Le nostre applicazioni mobili
Android