Mucca e vacca

Mucca e vacca: che differenza c'è? Ce la spiega Enzo La Stella.

Il vocabolo vacca, derivante dal latino, viene sempre più spesso sostituito dal più neutro mucca, di probabile, tarda origine germanica.

Sembra infatti che i mercenari svizzeri e i lanzichenecchi bavaresi (i famosi lurchi del Carducci) che, nei secoli andati, scendevano a guerreggiare in Italia, irridessero alle vacche nostrane, meno grasse e placide delle loro, chiamandole Muchen che significa moscerini: nessuno afferrò l'ironia, il termine venne italianizzato e si diffuse cosicché, in molti casi, le vacche divennero... mucche.

07-11-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Uso abusato del verbo fare

Due parole, due, sull’uso appropriato del verbo fare. Questo verbo, dunque, è adoperato in tutte le salse, come suol dirsi; ciò non è affatto ortodosso sotto il profilo grammaticale.

A questo proposito è bene ricordare che l’uso di fare, in sostituzione del verbo dire, per esempio, è linguisticamente accettabile soltanto quando nel corso di una narrazione o di un dialogo sottintende anche l’azione del gestire e vuole esprimere il concetto, o meglio, l’idea di un intervento repentino: m’incontra per strada, per caso, e mi fa... (cioè: mi dice) quando sei tornato?.

È bene evitare — sempre che si voglia parlare e scrivere secondo le leggi della lingua — alcune locuzioni in cui il verbo fare è adoperato nella forma riflessiva apparente: farsi l’automobile e simili; farsi i baffi; farsi la barba, farsi i capelli; farsi la testa; farsi le unghie; farsi un dovere; farsi cattivo sangue; farsene una passione; farsene una malattia.

In tutte le espressioni su dette il verbo fare può benissimo essere sostituito con un altro più appropriato. Farsi la barba, per esempio, si può sostituire con il verbo radersi.

04-11-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


L'occhio clinico

Quante volte, cortesi amici lettori, avete sentito dire o detto voi stessi che quella persona ha l’occhio clinico, cioè è in grado di affrontare con prontezza una situazione o di giudicare un’altra persona in quanto, figuratamente, ha l’occhio clinico, appunto, vale a dire l’occhio abituato?
Ma se clinico — in senso lato — significa malato come fa un occhio non perfetto a vedere prontamente una determinata situazione? Per capire come è necessario studiare la nascita del sostantivo-aggettivo clinico e tornare indietro nel tempo fino all’antichità classica, precisamente greca. I Greci, infatti, sono stati gli inventori della clinica. Ma andiamo con ordine.
Nel vocabolario degli antichi Greci c’era un verbo, κλίνειν (klìnein), che significava piegarsi, inchinarsi (da cui il nostro inclinato) giacere; da questo verbo, con il tempo, coniarono il sostantivo κλίνη (kline), che serviva per indicare qualunque cosa sulla quale ci si può adagiare, giacere e, per antonomasia, il... letto.
Ma non è finita. Scoperto il letto, crearono l’uomo a letto, cioè il κλινικός (klinikòs) (adagiato sul letto, appunto), e poiché — come si sa — l’uomo a letto, molto spesso è ammalato, il sostantivo finì con l’indicare l’ammalato, l’infermo.
A questo punto intervengono i nostri antenati Latini che dal greco κλινικός (klinikòs) foggiano l’aggettivo clinicus riferito al medico e dicono medicus clinicus; poi, sostantivandolo, solo clinicus, vale a dire il medico che visita (inchinandosi) l’infermo a letto.
Il vocabolo, in seguito, è giunto a noi sia in forma sostantivata sia in forma aggettivale: medico clinico; preparato clinico; occhio clinico, cioè occhio particolarmente esperto.
Così pure la clinica (sottintendendo arte) indica la parte dell’insegnamento medico che si apprende direttamente presso il letto del malato e, per estensione (sottintendendo casa), il luogo dove si svolge tale insegnamento. Il policlinico cosa è, infatti, se non più case, cioè più cliniche specializzate per la cura delle diverse malattie?

03-11-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink




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