Abortare?
Ci scrive Giovanni M. da Terni: «Cortese dott. Raso, nel ringraziarla per la gentile risposta circa l’uso corretto di 'sottecchi', mi permetto formularle un’altra domanda. Si può adoperare il verbo abortare in luogo di abortire? Ho trovato questo verbo in un vecchio libro di mio nonno. Ho consultato tutti i vocabolari in mio possesso, ma non ne ho trovato traccia. Potrebbe essere un errore di stampa? Grazie»
Gentile Giovanni, nessun errore di stampa. Il verbo abortare invece di abortire era in uso fino a un paio di secoli fa.
È attestato nel vocabolario Tommaseo-Bellini e in quello degli Accademici della Crusca nell’edizione del 1867. Usarlo oggi sarebbe, naturalmente, un... orrore.
Il diploma
Chissà se i nostri giovani studenti, che fra qualche mese circa saranno chiamati agli esami di maturità per conseguire il tanto agognato diploma sanno che questo termine era considerato — fino a un’ottantina d’anni fa — un brutto neologismo (e barbarismo) e in quanto tale avversato da insigni linguisti quali il Fanfani e il Panzini. Il vocabolo infatti, sebbene di matrice classica (greco-latina) è giunto a noi attraverso il francese: diplôme.
Ma andiamo con ordine e vediamo, innanzi tutto, i vari passaggi semantici fino a quello odierno — che interessa in questa sede — di documento ufficiale con cui si attesta il conseguimento di un titolo di studio o l’abilitazione all’esercizio di una professione: diploma di maturità classica, diploma di perito agrario, diploma di geometra ecc.
L’origine, dicevamo, è classica essendo, per l’appunto, il latino diplòma, tratto dal greco δίπλωμα (dìploma), derivato di διπλόουν (diplòun, render doppio), propriamente “foglio piegato in due”. Perché? Ce lo spiega Ottorino Pianigiani (Etimo.it - diploma).
In seguito il vocabolo ha oltrepassato le Alpi ed è tornato a noi con il verbo diplomare (dal francese, appunto, diplômer). Le voci francesi diplomare e diplomato, dunque, appena giunte in Italia furono oggetto di aspre critiche da parte di molti puristi tanto che il Panzini nel suo dizionario (1908) scriveva che «diplomato per patentato, cioè fornito di diploma, è fra i nostri più brutti e frequenti neologismi, non raro — purtroppo — nelle scuole». Per la cronaca: il giudizio negativo scomparve a partire dall’edizione del 1931.
E sempre dal francese (quantunque la matrice sia sempre la stessa) è giunto a noi il termine diplomazia (francese diplomatie), vale a dire quella procedura che regola i rapporti ufficiali fra due Stati. E qui come non ricordare alcuni bellissimi versi del poeta romanesco Trilussa (Alberto Salustri)? «Se dice dipromatico pe’ via / che frega co’ ‘na certa educazzione / cercanno de nasconne l’opinione / dietro un giochetto de fisionomia».
Incocciare…
Il significato proprio di questo verbo — con uso intransitivo pronominale — stando all’etimologia, è incaponirsi, intestardirsi, ostinarsi e simili (si vedano questi collegamenti: http://www.etimo.it/?term=incocciare e http://www.etimo.it/?term=coccia): incocciarsi sulle proprie posizioni.
Alcuni lo adoperano con il significato di imbattersi, incontrarsi per caso: l’ho incocciato mentre uscivo dal portone dell’ufficio; ieri mi sono incocciato con quel seccatore.
Anche se certi vocabolari non condannano quest’uso, coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere lo snobbino perché, a nostro modo di vedere, è di registro basso e di certi dialetti dell’Italia centro-meridionale.
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