Se non vado errato...
Un cortese lettore ci invita a condannare, da questo portale, le espressioni — piuttosto ricorrenti — oltre e non oltre e se non vado errato.
Per quanto attiene alla prima locuzione lo abbiamo già fatto — qualche tempo fa, se non ricordiamo male — in un intervento intitolato La tautologia. Con questo termine, che deriva dal greco e significa ripetizione del già detto, non si intende un pleonasmo (parola superflua) ma una ripetizione, appunto e molto spesso è un vero e proprio errore di grammatica.
È una tautologia, per esempio, il classico requisiti richiesti. Requisito (res quaesita, cosa richiesta) significa già richiesto, come entro significa già non oltre. Gli annunci della Rai sono pieni di tautologie: ... la domanda va presentata ‘entro e non oltre’ il cinque aprile...
Riguardo alla locuzione se non vado errato — che secondo il nostro interlocutore è sballata e va sostituita con se non erro, se non cado in errore e simili — si tratta di una locuzione avverbiale perfettamente in regola con le leggi grammaticali — quindi non condannabile — e adoperata da fior di scrittori. Uno di questi è Giacomo Leopardi, come possiamo leggere in un intervento di Giovanni Nencioni sulla "Crusca": Accademia della crusca
Cercar farfalle sotto l'arco di Tito
Questo modo di dire, con molta probabilità poco conosciuto, serve a mettere in evidenza il comportamento o l’atteggiamento di una persona non adatto alla solennità del momento e al luogo in cui si trova.
L’origine dell’espressione si fa risalire a un’immagine poetica di Giosuè Carducci il quale, in una delle sue bellissime Odi barbare, si rivolge alla maestosità di Roma e ammonisce il visitatore che vi si reca ad andarci con spirito reverente, teso alle antiche memorie della Città Eterna, pronto ad ammirare con commozione gli archi, i templi, le terme e tutto ciò che concerne la ‘romanità’; in caso contrario sarebbe da persona sciocca e irriverente andare a caccia di farfalle sotto l’arco di Tito. Il visitatore sarebbe solo un... barbaro.
Avere la coscienza come il cane di ser Corniola
Questo modo di dire — ormai desueto, per la verità — si tira in ballo quando si vuole mettere in evidenza, ironicamente, il fatto che una persona vuole campare alle spalle degli altri.
La locuzione è tratta da una novella (fiorentina?) che narra di un certo messer Corniola, poverissimo, la cui unica ricchezza era l’amore per il suo fidato cane. La miseria, però, costringeva i due a lunghissimi e sospirosi digiuni. La bestiola, per natura, non ci stava e la sera si intrufolava nelle case cercando di rubacchiare il cibo per sé e per il suo padrone.
Questi — alla vista di tanto ben di Dio — non si chiedeva da dove provenisse tutto quello che metteva sotto i denti. La cosa si seppe in giro e tutti si meravigliarono della coscienza del cane di ser Corniola tanto che ne fecero, appunto, il detto avere la coscienza come il cane di ser Corniola.
- Dizionario italiano
- Grammatica italiana
- Verbi Italiani
- Dizionario latino
- Dizionario greco antico
- Dizionario francese
- Dizionario inglese
- Dizionario tedesco
- Dizionario spagnolo
- Dizionario greco moderno
- Dizionario piemontese