Acme e... acne
Si presti attenzione all’uso corretto di questi sostantivi che non sono, come molti credono, una variante l’uno dell’altro (come lo sono i vocaboli barbari comfort e confort, anche se provengono da lingue diverse).
Innanzi tutto sono entrambi di genere femminile. Il primo, acme, indica, come dicono i vocabolari, il punto culminante di qualcosa (che si muove): l’acme della febbre; l’acme del successo. Acme, insomma, significa vertice, apice.
L’acne, invece, è una malattia della pelle che si manifesta con pustole.
Inerente
Questo inerente è il participio presente di un verbo inerire ormai pressoché scomparso dal comune linguaggio, e perciò generalmente non registrato dai minori dizionari; esso affiora solo tratto tratto in certi linguaggi particolari, come in quello giuridico e filosofico, per esempio.
Oggi solo inerente è nell’uso, e non sempre si costruisce a dovere; tanto che frasi come atti inerenti la causa, indagini inerenti il delitto si riscontrano sempre più di frequente negli atti giudiziari soprattutto.
Sono frasi sbagliate perché il verbo inerire, etimologicamente affine ad aderire, si costruisce, come questo, col complemento di termine e non col complemento oggetto: atti inerenti alla causa, indagini inerenti al delitto.
Inerire viene dal latino inhaerère, propriamente essere attaccato e significa avere stretta connessione con qualche cosa, direttamente riferirsi, essere attinente e simili. I latini costruivano questo verbo col dativo (che corrisponde appunto al nostro complemento di termine), ma anche con l’ad e l’accusativo o con l’in e l’ablativo.
L’italiano si attiene comunemente al dativo: «Ragioni inerenti alla sostanza e all’origine delle cose» (Tommaseo); «La libertà di Dio inerisce alla sua eterna ragione» (Croce); con l’in, ormai disusato, trovo un esempio del Magalotti: «Facoltà ... inerenti in un fondo dell’istessa natura».
Niente complemento oggetto, dunque, erroraccio assolutamente da evitare. Il quale complemento, certo, deriva da un’errata analogia con altri verbi, come concernere e riguardare, che si costruiscono infatti col complemento oggetto: Atti concernenti la causa, Indagini riguardanti il delitto.
Imprestare e prestare
Il primo verbo è la forma popolare del secondo e in buona lingua italiana è decisamente da evitare, anche se spesso si sente sulla bocca di gente di cultura.
Per quanto attiene all’etimologia, rimandiamo, in calce, a quanto sostiene Ottorino Pianigiani. Il significato proprio del verbo è dare in/a prestito: Luigi ha ‘imprestato’ cinquanta euro a Giovanni.
Ci sembra, quindi, un grave errore usare il predetto verbo nel significato di prendere in/a prestito: Luigi si è imprestato l’ombrello da Giovanni.
La forma corretta è: Luigi ha preso in prestito l’ombrello da Giovanni. In tutti questi casi, però, ripetiamo, in uno scritto (o parlato) sorvegliato il verbo da usare è “prestare”.
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