Io salisco (le scale)

Ci scrive Maurizio C. da Pavia: «Gentile dott. Raso, è proprio un grave errore — come ha fatto notare la maestra di mio figlio (V elementare) dire e scrivere io “salisco”? Mio figlio ha scritto in un tema in classe: “Mentre salisco le scale mi imbatto in uno che scendeva di corsa; si seppe, più tardi, che era uno ricercato dalla polizia”. L’insegnante ha sottolineato con la matita blu “salisco” e a fianco ha scritto “salgo”. Salisco, quindi, è proprio errato? Confido in una sua risposta. Grazie e cordialità».

Cortese amico, la maestra di suo figlio avrebbe dovuto sottolineare salisco con la matita rossa perché è un errore veniale. Salisco è forma antica e popolare attestata, però, nei vocabolari. Certo, in uno scritto formale è da evitare e va sostituito con il più corretto salgo.
La coniugazione con l’infisso -sco-, come dicevo, esiste e potrà vederla cliccando sul collegamento in calce.
Cosa importante, forse, e che non tutti sanno è che il verbo salire può essere sia transitivo (salisco o salgo le scale, ho salito le scale) sia intransitivo e in questo caso, contrariamente alla regola generale, prende l’ausiliare essere: sono salito sul tetto.


Teorica de verbi italiani? — Pagina 275 =

PS. Salisco è usato anche da Giacomo Leopardi:  Poesie minori di Giacomo Leopardi ... — Pagina 13

29-02-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Non si impara a parlare e a scrivere se non si legge: il caso delle matricole

Meglio tardi che mai. Sembra che ci si accorga soltanto ora che le parole in corso sono sempre di meno in bocca ai parlanti. Ci si lamenta che all’Università le matricole non capiscono più quel che il professore dice loro. Conoscono poche parole, e sempre meno. Fatto sta che a Torino, Facoltà di Medicina, si è deciso di far partire un corso di alfabetizzazione, un corso di lingua italiana. Ma non si tratterà, credo, di insegnare le parole, quanto di mostrare che cos’è un testo, e la sintassi che regge la frase, lo scheletro e la logica di quel che si dice e si argomenta. I giovani non sanno più articolare una tesi di laurea.
Sembra che arrivino vergini, che non abbiano fatto nulla in precedenza, scaldato dei banchi o tutto dimenticato. Eppure la scuola ha continuato a fare quello che poteva per l’insegnamento della lingua italiana. Che abbia forse prodotto dei guasti la riduzione dell’insegnamento a sola grammatica, a pura abilità tecnica e funzionale? Non ha tardato a farsi sentire l’effetto di semplificazione eccessiva della densità storica di una lingua, del suo spessore direi esistenziale.
Dopo anni di impegno e di sperimentazioni glottodidattiche, la capacità di costruire e comunicare discorsi scritti e orali da parte dei giovani è disperatamente ancor più carente. Penso che uno dei motivi è il calo della lettura, la lettura ampia e continuata di testi, di giornali come di romanzi o saggi. Le chat nutrono poco; anzi, nulla. Le ore eccessive davanti allo schermo istupidiscono. A Medicina hanno difficoltà a introdurre l’italiano scientifico ai futuri medici. Eppure questi dovranno pure parlare ai pazienti, non solo prescrivere farmaci.
L’azienda Italia sembra che marci quando aumenta il numero di telefonini (siamo tra i blateratori via etere i primi in Europa), quando sempre più gente fa vacanze alle Maldive, quanto più si costruiscono ponti autostrade e cavalcavia. In realtà si arretra.
Uno studio dell’Ocse di tre anni fa ha dimostrato che gli studenti italiani sono drammaticamente arretrati rispetto alla media europea quanto alla comprensione di un testo. Non è possibile imparare a parlare e a scrivere con proprietà se non si legge. Certo, l’italiano è una lingua difficile. Vi coesistono e vi s’intersecano più «lingue» parallele: un italiano parlato e un italiano scritto, un italiano della conversazione quotidiana e uno della comunicazione formale, e i vari italiani regionali, specialistici, settoriali. Per chi ci sa fare, se ne possono articolare gli ingredienti in una miscela straordinariamente ricca ed efficace. Ma la stragrande maggioranza, oggi, più che padrona, o è vittima di questa macchina complicata, oppure non sa che manovrarne qualche leva elementare.

26-02-2016 — Autore: Gian Luigi Beccaria — permalink


Lo spigolistro

Ci scrive Agostino P. da Lamezia Terme (CZ): «Cortese dott. Raso, rassettando la soffitta, dentro una cassapanca, ho trovato un vecchio libro di mio nonno, incuriosito l’ho sfogliato e gli occhi mi sono caduti su una parola che non avevo mai sentito: “spigolistro”. L’ho cercata nei dizionari in mio possesso ma la ricerca è stata vana. Saprebbe dirmi cosa significa e da dove proviene?»
Gentile amico, il termine è uno di quelli relegati nella soffitta della lingua; non è più in uso, infatti. A mio parere, però, sarebbe da inserire nell’elenco delle parole da salvare. Spigolistro, dunque, con il femminile spigolistra, significa bigotto e, per estensione, persona finta, falsa, ipocrita; ma anche pedante ed eccessivamente rigida.

Per quanto riguarda l’origine la rimando a ciò che dice il linguista Ottorino Pianigiani: Etimo.it — spigolistro
L’aggettivo e sostantivo, dicevo, è desueto ma si trova nei vocabolari antichi e in molti libri, gliene segnalo qualcuno:

Supplimento a'vocabolarj italiani — Pagina 629
Dizionario della lingua italiana, Volume 6 — Pagina 931
Dizionario della lingua italiana, Volume 6 — Pagina 437
Storia della letteratura italiana — Pagina 541=
Novelle — Pagina 1048=
Le opere di Agnolo Firenzuola — Pagina 216=

25-02-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink