Ti conosco, mascherina!
Esclamazione adoperata — per lo più in modo scherzoso — per far capire all’interlocutore di avere intuito le sue vere intenzioni nonostante le simulazioni e le finzioni adottate: ti conosco, mascherina!, ho capito ciò che vuoi; non sei riuscito a celare le tue vere intenzioni.
L’espressione — ancora in uso — è stata trasportata nel linguaggio di tutti i giorni, e con il significato su detto, dal gergo delle feste mascherate di un tempo.
Quest’esclamazione era frequentissima, infatti, e si adoperava per annunciare a qualcuno di averlo riconosciuto sebbene la maschera gli coprisse il volto.
Dov' è l'errore?
Dunque (a scanso di eventuali contestazioni: non è errato cominciare uno scritto o un discorso con la conclusiva dunque), dov’è l’errore nel titolo del quotidiano E Polis del 19 ottobre 2010: «Controlli sulle vie a luci rosse. Multate 44 lucciole e 3 clienti»? Nel femminile multate.
La regola stabilisce quanto segue: quando due o più soggetti sono di genere diverso il participio passato (o l’aggettivo) si mette nella forma plurale maschile (Paolo, Giovanna e Clara sono belli); se i soggetti di genere diverso si riferiscono a concetti astratti, ad animali o a cose l’aggettivo si può mettere tanto nel genere maschile quanto nel genere del sostantivo più vicino: animali e piante esotici o animali e piante esotiche.
Quindi: «Controlli sulle vie a luci rosse. Multati 44 lucciole e 3 clienti». Ci rendiamo conto, però, che suona male. Cosa fare allora? Invertire: «Multati 3 clienti e 44 lucciole»
Far querciola (o quercia)
Chissà quanti amici lettori, da ragazzi, hanno messo in pratica, senza saperlo, questo modo di dire. In che... modo? Assumendo la posizione verticale inversa a quella naturale, camminando appoggiando le mani per terra e alzando le gambe (il classico gioco dei fanciulli). Perché si dice far quercia?
Benedetto Varchi, nel suo Ercolano, così spiega la locuzione: «Non sapete voi che l’uomo si dice essere una pianta a rovescio, cioè rivolta all’ingiù? onde chiunche, distese e allargate ambo le braccia, s’appoggia colle mani aperte in terra, e tiene i piè alti e dritti verso ‘l cielo, si chiama /far quercia».
Biblioteca di Babele - Ercolano
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