Essere una pecora segnata
Il modo di dire — che ha sempre una valenza negativa — è particolarmente adoperato nel gergo della malavita con il significato di sorvegliato, schedato dalle forze dell’ordine.
L’origine dell’espressione è quanto mai chiarissima: un tempo le pecore venivano marchiate (segnate) per identificarne l’appartenenza a un gregge e, quindi, a un proprietario.
Oggi si preferisce tingerne un ciuffo di lana con un colore indelebile. Di qui, per l’appunto, l’uso figurato.
Andare (o mandare) alla malora
Questo modo di dire — ancora in uso — si può riferire, in senso figurato, sia a una persona sia a una azienda che cade in rovina, che fallisce. Il senso della locuzione, infatti, è deteriorare, non servire più, perdere la funzionalità. L'origine non è molto chiara e si fonda su alcune ipotesi. Riportiamo quella che riteniamo più verosimile.
L'espressione, dunque, con molta probabilità deriva dalla corruzione popolare delle parole latine mala hora, vale a dire ora cattiva, quindi momento funesto. Questo momento corrispondeva, all'incirca, alle ore notturne — tra le 2 e le 4 — quelle più buie e in cui si registrava il maggior numero di decessi (decedere: andar via da questo mondo) tra le persone anziane e i malati.
La mala hora, insomma, era il momento che incuteva maggior paura. Colui che va alla malora attraversa, per tanto, un periodo particolarmente funesto.
Etimo.it - malora
Complimento e... complemento
Sembra incredibile: molte persone — anche quelle la cui cultura linguistica è insospettabile — ritengono che complimento sia lo stesso che complemento credono, cioè, che i due termini si possano adoperare indifferentemente come, per esempio, denaro e danaro.
Ci è capitato, infatti, di sentire una frase che ci ha fatto rizzare i capelli: «Sei contento del complemento che hai ricevuto questa mattina?»“. Dobbiamo anche dire che l'autore di questo svarione non è una persona sprovveduta. Ma tant'è. Vediamo, quindi, di fare chiarezza in merito.
Entrambi i vocaboli, pur provenendo da uno stesso padre, il verbo latino complère (compire), hanno due significati distinti; quello con la i (complimento), oltre tutto, ci è stato restituito dallo spagnolo cumplimiento, divenuto — per il solito processo linguistico — complimento, appunto. Quello con la e (complemento) è, invece, il diretto discendente del latino complementum (da complère, come abbiamo visto).
Stabilita la diversa grafia, vediamo i diversi significati cominciando dalla voce spagnoleggiante complimento. Il complimento, dunque, nell'accezione generica è una dimostrazione di ossequio, di fede, di gentilezza; è, insomma, una parola che esprime rispetto, garbo, ammirazione, rallegramenti e, per estensione, un meridionalismo che indica un rinfresco, un ricevimento: i promessi sposi offriranno un complimento nuziale. Ancora. Il complimento, nel gergo teatrale, era anche un brevissimo discorso di saluto e di presentazione che i primi attori indirizzavano al pubblico all'inizio o alla fine dello spettacolo.
E vediamo il complemento, quello con la e. Questo termine ha varie accezioni:
1) quanto si aggiunge a una cosa per renderla compiuta, per finirla, per... completarla;
2) ciascuno elemento nominale della proposizione che, insieme con il soggetto, con il predicato (verbo), con l'attributo, con l'apposizione, serve a determinare o compierne il senso; è, insomma, un elemento che completa la proposizione. Nel gergo militare gli ufficiali non di carriera vengono denominati di complemento, infatti, perché servono a completare i quadri dell'esercito e possono essere richiamati in caso di necessità.
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