Essere una pecora segnata

Essere una pecora segnata vale a dire il bersaglio di tutti, la persona cui vengono imputate tutte le mancanze, anche se commesse da altri. Essere, insomma, una vittima predestinata, indipendentemente dal proprio comportamento.

Il modo di dire — che ha sempre una valenza negativa — è particolarmente adoperato nel gergo della malavita con il significato di sorvegliato, schedato dalle forze dell’ordine.

L’origine dell’espressione è quanto mai chiarissima: un tempo le pecore venivano marchiate (segnate) per identificarne l’appartenenza a un gregge e, quindi, a un proprietario.

Oggi si preferisce tingerne un ciuffo di lana con un colore indelebile. Di qui, per l’appunto, l’uso figurato.
09-05-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink


Andare (o mandare) alla malora

Questo modo di dire — ancora in uso — si può riferire, in senso figurato, sia a una persona sia a una azienda che cade in rovina, che fallisce. Il senso della locuzione, infatti, è deteriorare, non servire più, perdere la funzionalità. L'origine non è molto chiara e si fonda su alcune ipotesi. Riportiamo quella che riteniamo più verosimile.

L'espressione, dunque, con molta probabilità deriva dalla corruzione popolare delle parole latine mala hora, vale a dire ora cattiva, quindi momento funesto. Questo momento corrispondeva, all'incirca, alle ore notturne — tra le 2 e le 4 — quelle più buie e in cui si registrava il maggior numero di decessi (decedere: andar via da questo mondo) tra le persone anziane e i malati.

La mala hora, insomma, era il momento che incuteva maggior paura. Colui che va alla malora attraversa, per tanto, un periodo particolarmente funesto.
Etimo.it - malora

02-05-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink


Complimento e... complemento

Sembra incredibile: molte persone — anche quelle la cui  cultura linguistica è insospettabile — ritengono che complimento sia lo stesso che complemento credono, cioè, che i due termini si possano adoperare indifferentemente come, per esempio, denaro e danaro.
Ci è capitato, infatti, di sentire una frase che ci ha fatto rizzare i capelli: «Sei contento del complemento che hai ricevuto questa mattina?»“. Dobbiamo anche dire che l'autore di questo svarione non è una persona sprovveduta. Ma tant'è. Vediamo, quindi, di fare chiarezza in merito.
Entrambi i vocaboli, pur provenendo da uno stesso padre,  il verbo latino complère (compire), hanno due significati distinti; quello con la i (complimento), oltre tutto, ci è stato restituito dallo spagnolo cumplimiento, divenuto — per il solito processo linguistico — complimento, appunto. Quello con la e (complemento) è, invece, il diretto discendente del latino complementum (da complère, come abbiamo visto).
Stabilita la diversa grafia, vediamo i diversi significati cominciando dalla voce spagnoleggiante complimento. Il complimento, dunque, nell'accezione generica è una dimostrazione di ossequio, di fede, di gentilezza; è, insomma, una parola che esprime rispetto, garbo, ammirazione, rallegramenti e, per estensione, un meridionalismo che indica un rinfresco, un ricevimento: i promessi sposi offriranno un complimento nuziale. Ancora. Il complimento, nel gergo teatrale, era anche un brevissimo discorso di saluto e di presentazione che i primi attori indirizzavano al pubblico all'inizio o alla fine dello spettacolo.
E vediamo il complemento, quello con la e. Questo termine ha varie accezioni:
1) quanto si aggiunge a una cosa per renderla compiuta, per finirla, per... completarla;
2) ciascuno elemento nominale della proposizione che, insieme con il  soggetto, con il predicato (verbo), con l'attributo, con l'apposizione, serve a determinare o compierne il senso; è, insomma, un elemento che completa la proposizione. Nel gergo militare gli ufficiali non di carriera vengono denominati di complemento, infatti, perché servono a completare i quadri dell'esercito e possono essere richiamati in caso di necessità.

01-05-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink




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