Ore lavorate?
Da un servizio del Tg3 delle 14.30 di ieri: «... le ore lavorate sono state...». Da quando in qua le ore vengono lavorate come se fossero dei pezzi di marmo?
Il participio passato, in linea generale, indica un concetto passivo: le canzoni ascoltate (che sono state ascoltate); la pellicola proiettata (che è stata proiettata); i libri letti (che sono stati letti).
Le ore, quindi, sono lavorative, non lavorate: «... le ore lavorative sono state...».
Buonanotte al secchio
Un lettore ha interpellato il foro di lingua del Corriere della Sera in rete per conoscere l’origine del modo di dire Buonanotte al secchio. Riportiamo quanto scrive la gentile lettrice Ivana Palomba.
L'origine del modo di dire buonanotte al secchio che viene riportata su Yahoo non mi convince assolutamente. La locuzione, commento conclusivo con cui si taglia considerazioni inutili, è un'espressione idiomatica di origine romanesca che rimanda a diverse storie fra cui, quella forse più convincente, di un secchio caduto nel pozzo a causa della rottura della catena.
Migliorini nel suo Parole nuove fa derivare l'espressione dal distico finale di una sestina del poemetto del 1886 'N'infornata ar Teatro Nazionale di Giggi Zanazzo:
«— Ma dunque, o giusto ciel, dunque tu puro /contro di me congiuri?! E che t'ho fatto?!.../
Fuggiamo; s'ode il rullo del tamburo / e salvar non ci può che un fuggir ratto... / — Si; ma pria di lasciare i lari miei,/muoia Sanson con tutti i Filistei./La regina dà 'n pugno in d'uno specchio, / cala er telone e bona notte ar secchio».
Ma Giggi Zanazzo (1860-1911), che se pur di origini venete fu un autentico figlio di Roma, dipendente del Ministero della Pubblica Istruzione e bibliotecario presso la Biblioteca Nazionale, poeta romanesco e una delle fonti più dettagliate del vecchio folklore romano, confermava nel suo: Proverbi romaneschi, modi proverbiali e modi di dire che detta locuzione era già ben nota ai suoi tempi.
Se ti fidanzi, ti... fidi
Abbiamo pensato di regalare ai promessi sposi, ai fidanzati che ci leggono, la spiegazione linguistica del fidanzamento.
Occorre prendere il discorso alla lontana e rifarsi — come avviene spesso per le questioni di lingua — all’idioma dei nostri antenati: il latino. Dobbiamo risalire, infatti, al participio passato del verbo latino spondere (promettere solennemente), sponsus. Lo sponsus e la sponsa (il promesso e la promessa) erano, quindi, coloro che promettevano solennemente di unirsi in matrimonio tra loro. Nell’antica Roma la formula rituale che gli innamorati si scambiavano all’atto del fidanzamento era: spondesne? (prometti?). Alla quale si rispondeva: spondeo (prometto).
Il cerimoniale della promessa di matrimonio prevedeva anche che ciascuno dei promessi infilasse nel dito dell’altro un anello, elemento di una catena spirituale, come segno di fede reciproca; e di qui anche il nome di fede che si dà all’anello nuziale.
E siamo giunti al... fidanzamento. Fede in latino si diceva fides e da questo termine, dunque, si coniò fidentia (fidanza, fiducia); e di qui i vocaboli volgari (italiani) fidanzarsi, fidanzati, fidanzamento. Il fidanzamento, per tanto, si può definire un atto di fiducia tra due giovani.
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