Il plurale dei nomi accoppiati

La formazione del plurale dei nomi accoppiati è, molto spesso, causa di dubbi. Vediamo di scioglierli.
Innanzi tutto è preferibile scriverli senza trattino (nave traghetto) e nel plurale muta solo la desinenza del primo termine (o nome): navi traghetto (navi-traghetto); buste paga (buste-paga) per un motivo semplicissimo.
Si tratta di nomi che rappresentano un’intera frase abbreviata. Quando diciamo, per esempio, carrozza ristorante intendiamo dire carrozza che fa da ristorante, quindi.... carrozza ristorante; carrozze (che fanno da) ristorante. Vagone letto; vagoni (che fanno da) letto.
Nei nomi accoppiati (o accostati), insomma, nella forma plurale si modifica soltanto il sostantivo fondamentale (il primo), mentre l’altro (il secondo), quello che esprime la funzione, resta invariato.
Asilo nido; asili (che fanno da o che sono un) nido. Gonna pantalone; gonne (che fanno da o che sono un) pantalone. Bambino prodigio; bambini (che sono un) prodigio. Porta finestra; porte (che fanno da) finestra. Busta paga; buste (che servono per la) paga.
Una regola empirica: cambia solo il primo nome se con i due sostantivi accoppiati si può formare una proposizione relativa. Donna poliziotto (una donna che è un poliziotto): donne poliziotto. Esercito fantasma (un esercito che è un fantasma): eserciti fantasma.

24-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Prendersi uno spaghetto

Prendersi uno spaghetto, vale a dire spaventarsi, provare un momento di fortissima paura: la strada era deserta e pioveva a dirotto, a un tratto ho visto un’ombra che si avvicinava verso di me; non vi dico che spaghetto mi son preso!

Per alcuni autori questo modo di dire familiare, particolarmente adoperato in Toscana, deriverebbe verosimilmente dall’immagine di una persona che si contrae su sé stessa per gli spasimi della paura, oppure che si raggomitola per ripararsi da un pericolo, proprio come si avvolge uno spago (spaghetto) sul gomitolo.

Più aderente alla realtà linguistica, a nostro avviso, la spiegazione che dà Ottorino Pianigiani:

etimo.it
23-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Una ragazza mezzo matta

Un giornale della mia città, Civitavecchia, titolava: «È una ragazza mezzo matta». Mi domando: perché mezzo e non mezza? È corretto il titolo?
Correttissimo, gentile amico. Mezzo, come aggettivo, concorda nel genere e nel numero con il sostantivo al quale è preposto: mezza mela; mezzi sigari; mezze pagine; mezzi fogli.
Quando, invece, è posposto al sostantivo al quale è unito con la congiunzione e resta invariato perché assume il valore di sostantivo con il significato di una metà: due ore e mezzo, vale a dire due ore e una metà di un’ora; cinque chili e mezzo, cioè cinque chili e una metà di un chilo.
Resta altresì invariato, con valore avverbiale e significato di a metà, quando è unito a un aggettivo per attenuarne il significato: ragazze mezzo matte, vale a dire matte a metà; la casa era mezzo diroccata, cioè diroccata a metà; le luci sono mezzo spente, ossia spente a metà; aveva gli occhi mezzo chiusi, non chiusi interamente.
Nell’uso, però, queste distinzioni non vengono osservate anche se è un errore (e non tutti i linguisti concordano) scrivere, per esempio, le cinque e mezza. Un plauso, quindi, al giornale che – una volta tanto – ha rispettato le leggi grammaticali lasciando mezzo invariato: ragazza mezzo matta.

22-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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