Strozzare e strangolare

I vocabolari attestano i due verbi l’uno sinonimo dell’altro. A voler sottilizzare non è proprio così, anche se hanno lo stesso significato fondamentale: morire per asfissia. Colui che strozza usa le mani; chi strangola, invece, serra il collo della vittima servendosi di un laccio o di qualche altro strumento.
A questo punto vediamo esattamente il significato di sinonimia. Con il termine sinonimia si intende – in linguistica – una corrispondenza semantica di due o più parole, vale a dire una somiglianza di significato di due o più vocaboli. Alcuni, in proposito, sono convinti del fatto che sinonimia equivale a identicità.
Così non è: non esistono in lingua italiana (ma neanche nelle lingue straniere) vocaboli che potremmo definire gemelli; c’è sempre una piccola sfumatura di significato. Per questo motivo alcuni linguisti, prudentemente, tendono a precisare che sono chiamati sinonimi i nomi che hanno il medesimo significato fondamentale; c’è sempre, infatti, qualcosa che sfugge e rende impossibile la perfetta equivalenza dei significati.
Una riprova? Prendiamo tre vocaboli apparentemente uguali, vale a dire tre sinonimi: stanza, sala e camera; la loro sinonimia si fonda sul fatto che tutti e tre hanno lo stesso significato fondamentale, ma a un attento esame presentano delle sfumature particolari che mettono in luce la loro diversità. Vediamo.
Stanza viene dal latino stans, stantis, participio presente di stare, propriamente star fermo in un luogo e in questo significato vale dimora, alloggio: il mio amico ha preso stanza (vale a dire: alloggio) presso alcuni parenti.
Sala proviene, invece, dal franco sal e originariamente stava a significare una abitazione di una sola stanza. Oggi ha acquisito il significato di stanza grande adibita a vari usi: sala d’aspetto, sala d’ingresso, sala da ballo, sala da pranzo, sala di lettura e così via.
Camera, infine, è propriamente la stanza da letto. Questo vocabolo ha origini antichissime che ci rimandano al sanscrito kamar (esser torto, esser curvo) che ha dato vita al greco κάμαρα (kàmara) e al latino camera (volta di una stanza; le volte non sono curve, kamar?) passato pari pari in lingua italiana. Gli architetti romani chiamavano camarus, ricurvo, infatti, il soffitto della stanza in cui erano soliti riposare. Per estensione, con il trascorrere del tempo, il termine è passato a indicare, per l’appunto, la stanza da letto.
Da questi esempi si possono ben notare, quindi, le diverse sfumature dei vari sinonimi. Per questa ragione, in linguistica si parla di sinonimia approssimativa e di sinonimia assoluta. Nella sinonimia approssimativa i vocaboli sinonimi sono intercambiabili solamente in determinati contesti. Provate a sostituire, infatti, sala da ballo con camera da ballo e vedrete che il conto non torna, per usare un’espressione dell’aritmetica. Si può benissimo dire, invece – il conto torna – sala da pranzo o camera da pranzo (anche se camera in questo caso non è un termine appropriato).
Nella sinonimia assoluta i vocaboli sinonimi sono, viceversa, intercambiabili in tutti i contesti. Bisogna dire, però, che i sinonimi assoluti sono veramente molto rari. Sono assoluti, per esempio, le preposizioni tra e fra anche se, a voler sottilizzare, c’è una differenza a livello stilistico: al fine di evitare la successione di sillabe uguali si preferisce dire, per esempio, tra fratelli invece che fra fratelli. Sono sinonimi assoluti – anche se, ripetiamo, c’è sempre una sottile differenza - invece e viceversa; ma e però; termosifone e calorifero e altri – insistiamo rari – che ora non ci vengono alla mente.
Per concludere queste modeste noterelle ribadiamo il concetto: nella maggior parte dei casi i sinonimi differiscono tra loro per particolarità o aspetti diversi o sono… sinonimi solo parzialmente.

25-08-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


L'addizione e il nascondino...

Avreste mai immaginato, cortesi amici lettori, di compiere un’operazione di aritmetica, precisamente un’addizione, tutte le volte che nascondete qualcosa?
No, non stiamo dando i... numeri e se avrete la pazienza di seguirci scopriremo assieme la relazione che intercorre tra il nascondino, o meglio il verbo nascondere e l’addizione, o meglio il verbo addizionare. Se apriamo un qualunque vocabolario della lingua italiana alla voce nascondere leggiamo: «sottrarre una persona o una cosa alla vista altrui, ponendola in luogo dove non sia facilmente reperibile».
Chiarito questo, è necessario risalire all’etimologia del verbo che è, naturalmente, latina: abscondere più il prefisso in- e divenuto in italiano nascondere, appunto. Abscondere, che alla lettera significa riporre, mettere insieme, è composto con la particella abs (da) che indica allontanamento, separazione e dere che rappresenta la radice dha (porre, fare, ridurre), in altri termini mettere in disparte.
In latino abbiamo, infatti, il verbo ab-dere che vale allontanare dallo sguardo, quindi... nascondere. Colui che nasconde qualcosa, dunque, la mette in disparte allontanandola dallo sguardo.
Ma torniamo alla radice dha che è la stessa che ha generato... l’addizione, dal latino additus, participio passato di addere (aggiungere, quasi porre presso). Questo addere consta di due elementi: il prefisso ad- e do che nella fonetica latina rappresenta la radice sanscrita dha (greco: thé) e vale ridurre, fare, porre.
Chi nasconde qualcosa, insomma, sotto il profilo prettamente etimologico, aggiunge qualcosa in un posto. Quanto all’uso del verbo, a nostro modo di vedere, sarebbe più appropriata la forma aferetica ascondere (senza la n) in quanto più vicina all’origine latina.
Il principe degli scrittori, Alessandro Manzoni, ci dà un bellissimo esempio del verbo ascondere nella Pentecoste, là dove dice: «manda alle ascose vergini / Le pure gioie ascose».
Potremmo imparare a usare, però – con la massima indifferenza – l’avverbio ascosamente in luogo dell’orribile nascostamente. Che ne dite? Peccheremmo di snobismo linguistico?

24-08-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Non c'è trippa per gatti

Frase attribuita al famoso Sindaco di Roma Ernesto Nathan (nel 1907), che, alle prese con le ristrettezze finanziarie del Comune, iniziò una serie di tagli al bilancio, tra cui anche per la somma che si stanziava per sfamare i gatti, che - allora come oggi - vivevano tra gli antichi ruderi della capitale. (da Wikipedia)

23-08-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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