L'addizione e il nascondino...
Avreste mai immaginato, cortesi amici lettori, di compiere un’operazione di aritmetica, precisamente un’addizione, tutte le volte che nascondete qualcosa?
No, non stiamo dando i... numeri e se avrete la pazienza di seguirci scopriremo assieme la relazione che intercorre tra il nascondino, o meglio il verbo nascondere e l’addizione, o meglio il verbo addizionare. Se apriamo un qualunque vocabolario della lingua italiana alla voce nascondere leggiamo: «sottrarre una persona o una cosa alla vista altrui, ponendola in luogo dove non sia facilmente reperibile».
Chiarito questo, è necessario risalire all’etimologia del verbo che è, naturalmente, latina: abscondere più il prefisso in- e divenuto in italiano nascondere, appunto. Abscondere, che alla lettera significa riporre, mettere insieme, è composto con la particella abs (da) che indica allontanamento, separazione e dere che rappresenta la radice dha (porre, fare, ridurre), in altri termini mettere in disparte.
In latino abbiamo, infatti, il verbo ab-dere che vale allontanare dallo sguardo, quindi... nascondere. Colui che nasconde qualcosa, dunque, la mette in disparte allontanandola dallo sguardo.
Ma torniamo alla radice dha che è la stessa che ha generato... l’addizione, dal latino additus, participio passato di addere (aggiungere, quasi porre presso). Questo addere consta di due elementi: il prefisso ad- e do che nella fonetica latina rappresenta la radice sanscrita dha (greco: thé) e vale ridurre, fare, porre.
Chi nasconde qualcosa, insomma, sotto il profilo prettamente etimologico, aggiunge qualcosa in un posto. Quanto all’uso del verbo, a nostro modo di vedere, sarebbe più appropriata la forma aferetica ascondere (senza la n) in quanto più vicina all’origine latina.
Il principe degli scrittori, Alessandro Manzoni, ci dà un bellissimo esempio del verbo ascondere nella Pentecoste, là dove dice: «manda alle ascose vergini / Le pure gioie ascose».
Potremmo imparare a usare, però – con la massima indifferenza – l’avverbio ascosamente in luogo dell’orribile nascostamente. Che ne dite? Peccheremmo di snobismo linguistico?
Non c'è trippa per gatti
Frase attribuita al famoso Sindaco di Roma Ernesto Nathan (nel 1907), che, alle prese con le ristrettezze finanziarie del Comune, iniziò una serie di tagli al bilancio, tra cui anche per la somma che si stanziava per sfamare i gatti, che - allora come oggi - vivevano tra gli antichi ruderi della capitale. (da Wikipedia)
Il bastardo
I vocabolari dicono che con la voce bastardo si intende colui che è «nato da genitori non legittimamente coniugati». Perché? Lapalissiano.
Originariamente questi figli erano concepiti sul basto, vale a dire sulla «rozza sella imbottita per muli e asini».
E sempre a proposito di basto, vediamo alcuni modi di dire riportati dal "Gabrielli 2008":
Animale da basto, uomo destinato a sopportare pesi e fatiche d'ogni sorta
Mettere il basto a qualcuno, ridurlo in soggezione
Non portare il basto a nessuno, non tollerare imposizioni, non essere schiavo di nessuno
Essere da basto e da sella, essere adatto ai lavori più diversi
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