Le due alternative

Non hai altre alternative. Frasi simili le leggiamo (e ascoltiamo) quotidianamente sulla stampa ma non sono esatte, anzi… corrette.
I grammatici raccomandano il fatto che per alternativa deve intendersi una scelta, o meglio una possibilità di scelta fra due termini, non come una delle soluzioni che la scelta stessa concede. La frase, per esempio, l’alternativa è combattere o morire è correttissima perché abbiamo, per l’appunto, la possibilità di scegliere fra due soluzioni, possiamo cioè scegliere fra il combattere o il morire.
Nella frase, invece, non ha altra alternativa che morire, il discorso non regge perché non c’è possibilità di scelta. Nei casi dubbi alcuni autorevoli grammatici consigliano di sostituire alternativa con dilemma (una specie di prova del nove, insomma): se il discorso fila – ha, cioè, un senso – l’uso di alternativa è corretto.
Nel primo esempio… per esempio, l’alternativa è combattere o morire si può sostituire benissimo alternativa con dilemma e dire il dilemma è combattere o morire; il discorso fila, quindi l’uso di alternativa è correttissimo. Nel secondo esempio, invece, non si può dire, perché non fila, non ha altro dilemma che morire; l’uso di alternativa è, per tanto, errato.
L’alternativa, inoltre, è sempre una (e soltanto una): questo o quello. Non si può dire, quindi, c’è un’altra alternativa o ci sono due (o più alternative). La stampa è incurante di queste norme e fa un uso improprio, per non dire scorretto, di alternativa. Ma anche alcuni vocabolari non sono da meno. Lo Zingarelli registra: non avere altra alternativa; gli resta una sola alternativa. Proviamo a sostituire alternativa con dilemma e vediamo che… i conti non tornano; l’uso di alternativa è errato. Il vocabolario Sandron riporta: la sola alternativa che ci resta è la resa; avverte, però, che l’uso è improprio.
04-08-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Molto maggiore...

È giunto il momento di sfatare una regola - inculcataci ai tempi della scuola - secondo la quale non è corretto adoperare molto davanti ai comparativi maggiore, migliore, minore e simili. È una regola del tutto arbitraria e, quindi, da non seguire.

Molto davanti ai comparativi assume valore avverbiale con il significato di grandemente, in grande misura. Si può benissimo dire, per esempio, il tuo libro è molto migliore del mio, vale a dire è in grande misura meglio del mio.

Una prova del nove? Si può dire quel libro è molto più grande? Sì. Più grande non è un comparativo che equivale a maggiore? Si attendono smentite...

02-08-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


C'è marasma e... marasma

Due parole due sull’uso corretto di un sostantivo che molti – gente di cultura e no – adoperano impropriamente: marasma.

Questo sostantivo di provenienza classica – il greco – alla lettera significa grave indebolimento del corpo dovuto a malattia o vecchiaia e, in senso figurato, decadimento morale.

È, infatti, il greco μαρασμός (marasmòs), derivato di μαραίνειν (maràinein, consumare). Non è corretto adoperarlo, quindi, nel senso di confusione, babilonia, caos.

Certi vocabolari lo attestano anche con questi significati ma chi ama il bel parlare e il bello scrivere li... snobbi. Come si fa, infatti, a consumare una confusione?

31-07-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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