Fare il portoghese
Chi non conosce questo modo di dire che significa «godere di un servizio senza pagarlo», per esempio intrufolandosi tra il pubblico in una manifestazione teatrale o sportiva o salire sui mezzi pubblici di trasporto senza pagare il biglietto?
La locuzione, nonostante le apparenze, non fa riferimento alcuno a persone provenienti dal Portogallo, ma a un avvenimento storico avvenuto a Roma nel XVIII secolo: l'ambasciatore del Portogallo presso lo Stato Pontificio invitò i connazionali residenti a Roma ad assistere gratuitamente a uno spettacolo teatrale presso il Teatro Argentina: non c’era bisogno di invito o di biglietto; era sufficiente che dichiarassero al botteghino di essere portoghesi.
Di questo fatto ne approfittarono... molti romani de Roma. Di qui, per l’appunto, è nata l’espressione fare il portoghese, cioè non pagare il biglietto.
La tautologia non è un... tatuaggio
Un’indagine conoscitiva ha messo in evidenza che il novanta per cento delle persone fa un uso eccessivo della tautologia che, nella maggior parte dei casi, è un vero e proprio errore di grammatica oltre che di stile. Vediamo, dunque, che cosa è questa tautologia che non ha nulla che vedere con il... tatuaggio.
Tautologia è parola che deriva dal greco e significa ripetizione del già detto. È formata, infatti, da ταυτό (tautò, lo stesso) e λόγος (logos, discorso); è la ripetizione, quindi, di vocaboli o di concetti identici o simili tra loro.
Indagine conoscitiva, per esempio, è una tautologia che abbiamo adoperato a bella posta per introdurre questa nostra chiacchierata. Un’indagine, tutti lo sanno, si fa per conoscere; aggiungere conoscitiva è uno spreco di inchiostro (o di voce) oltre che una ripetizione che in buona lingua italiana è da evitare. L’indagine (che, ripetiamo, di per sé è conoscitiva) può essere seguita da un aggettivo che specifichi da chi è promossa: indagine parlamentare, giudiziaria, ministeriale e via dicendo.
Inutile dire che tutta la stampa e la maggior parte dei nostri burocrati ci propinano, a ogni piè sospinto, una sfilza di tautologie. Come i testi delle annunciatrici della radiotelevisione di Stato che ci ricordano che le domande di partecipazione ai vari concorsi vanno presentate entro e non oltre la data stabilita nel bando. Entro non significa anche non oltre?
Un notissimo critico cinematografico ci informa che il protagonista principale del film ha ricevuto l’Oscar per la migliore interpretazione. Il poverino, nella foga dello scrivere, ha dimenticato che protagonista significa principale.
Un giovane cronista, sfornato dalla scuola di oggi dove non sappiamo, francamente, se i programmi prevedano ancora lo studio della grammatica e della sintassi, domanda a una giovane attrice esordiente quali sono le prospettive per il futuro. Forse c’è anche una prospettiva per il passato che in questo momento ci sfugge; sarà nostra cura informarci e se è così ve ne daremo conto nel nostro articolo prossimo venturo, come ci capita sovente di leggere o sentire.
Prossimo non equivale a venturo? Ancora. A norma delle vigenti leggi l’imputato è stato condannato a cinque anni di reclusione: solo un giudice impazzito può applicare una legge che non è più in vigore (vigente).
Potremmo continuare ancora, ma non vogliamo tediarvi oltre misura; vogliamo solo ricordarvi, in proposito, che un giudice non commina una pena; la legge la commina, cioè la prevede.
Quivi e ivi
Un cortese lettore, che segue sempre le nostre modeste noterelle sul buon uso della lingua italiana, desidera sapere se gli avverbi di luogo quivi ed ivi si possono considerare sinonimi. La questione, cortese amico, è un po’ controversa: alcuni vocabolari danno i due avverbi l’uno sinonimo dell’altro; altri, pilatescamente non specificano nulla.
Il Sandron, per esempio, riporta: «quivi, là, in quel luogo, ivi, nel luogo di cui si parla»; facendo chiaramente intendere, quindi, che ivi e quivi si possono adoperare indifferentemente. Quivi, invece, significa solo in quel luogo là ed è un errore – a nostro modo di vedere – adoperarlo al posto di qui, in questo luogo.
Quivi, insomma, si deve usare quando si indica un luogo diverso dal quale si trova chi parla (o scrive) o chi ascolta. Diremo, quindi, correttamente, domani partirò per Cosenza e quivi (in quel luogo, là) ritroverò gli amici di un tempo.
Quando compiliamo una domanda (secondo un esempio fatto dal cortese interlocutore) dobbiamo scrivere ivi residente (cioè nello stesso luogo di chi scrive) e non quivi. L’avverbio ivi, insomma, sta per lo stesso luogo, lo stesso spazio. C’è da dire, però, che nell’uso corrente quivi e ivi si confondono.
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