Andare a gallina

Forse pochi conoscono questo modo di dire che fa il paio con quello più conosciuto: alzare il gomito.

Chi va a gallina, dunque?

La persona che ha bevuto troppo, che si è ubriacata.

Gli ubriachi camminano barcollando, andando di qua e di là, come le... galline.

03-07-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Qualche curiosità linguistica

«La pigrizia è il rifiuto di fare non soltanto ciò che annoia, ma anche quella moltitudine di atti che senza essere, a rigore, noiosi, sono tutti inutili; allora la pigrizia dev’essere considerata una fra le manifestazioni più sicure dell’intelligenza».
Questo pensiero di Montherlant ci ha dato lo spunto per intraprendere un breve viaggio attraverso la sterminata foresta del vocabolario della lingua italiana alla ricerca di parole di tutti i giorni, di parole che adoperiamo per pratica il cui significato nascosto, però, non sempre è noto. Questo viaggio fa tappa, dunque, alla voce pigrizia.
Il significato scoperto è chiaro a tutti: il non far nulla; stato di svogliatezza; stato d’animo di chi non si dedica a nessuna attività fisica o intellettuale. Bene.
Ma qual è il significato che sta dentro la parola? In altre parole, donde viene questo sostantivo? Per scoprirlo occorre rifarsi al padre della nostra lingua, il solito nobile latino: pigrizia, derivato dell’aggettivo (latino, appunto) piger (pigro).
Ma abbiamo scoperto ben poco… Che fare? Poiché la pigrizia è un deaggettivale, vale a dire un sostantivo che discende da un aggettivo, dobbiamo esaminare il padre. Questo è, appunto, il latino piger, affine al verbo impersonale piget (essere increscioso, di peso, spiacersi, fare controvoglia). Il pigro quando fa una cosa, se la fa, non la fa controvoglia? Spesso non è di peso agli altri?
Ma l’esame non è finito. Ci sono alcuni Autori che vogliono il latino piger discendere dalla medesima radice di pinguis (pingue, grasso), donde il senso di pesante. La persona pigra non è moralmente pesante?
01-07-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Scappare e scampare

Riprendiamo il nostro viaggio attraverso l’immensa foresta del vocabolario della lingua italiana alla scoperta di parole di uso comune il cui significato vero è nascosto. Prendiamo, per esempio, il verbo scappare. Chi non conosce il significato scoperto?
Scappare significa - e lo sappiamo per “pratica”, per esperienza - «allontanarsi velocemente per sfuggire qualcosa o qualcuno»: i malviventi, vedendo la polizia, scapparono a gambe levate. Bene. Questo il significato scoperto. E quello nascosto? Quello, cioè, insito nella parola, più esattamente all’interno del verbo? È più semplice di quanto si possa immaginare.
La persona che scappa, metaforicamente, si toglie la cappa (il mantello) per essere più libera nei movimenti. Sotto il profilo etimologico scappare è formato con il prefisso sottrattivo s- e il sostantivo cappa; è un verbo denominale quindi, e vale, appunto, togliersi la cappa per fuggire più rapidamente e per non farsi prendere dai lembi del mantello (o cappotto).
È l’opposto di incappare che, oltre all’accezione primaria di indossare la cappa, significa anche «incorrere in pericoli, in insidie, in errori»: incappò nei rigori della legge. Anche questo è un verbo parasintetico derivando da un sostantivo con l’aggiunta di un prefisso, per l’esattezza il sostantivo cappa e il prefisso in-, e propriamente significa andare a cadere in qualcosa che avvolge come una cappa.
Scappare, per assonanza, ci ha richiamato alla mente il verbo scampare il cui significato è chiarissimo: sfuggire a un pericolo, salvarsi, rifugiarsi: pochi scamparono dal naufragio; scampò in un paese straniero.
Anche questo verbo ha un significato nascosto: colui che scampa a un pericolo «esce da un campo di battaglia». È composto, infatti, con il prefisso s- e il sostantivo campo e propriamente vale uscire salvo dal campo (sottinteso di battaglia). Quanto all’ausiliare, a seconda del contesto, può prendere tanto essere quanto avere.

29-06-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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