Scancellare? Sì, scancellare
A scuola ci hanno sempre insegnato che bisogna dire e scrivere cancellare (non scancellare). Contrariamente a quanto ritengono alcuni insegnanti e a quanto riportano alcuni dizionari grammaticali, la forma "scancellare" è correttissima perché la ‘s' dà alla parola un valore intensivo come in sbattere, stirare, sgocciolare, scacciare, svuotare eccetera.
Alcuni ritengono, erroneamente, che la s dia, invece, solo un valore negativo: in altri termini scancellare sarebbe addirittura il contrario di cancellare e fanno l'esempio di piovere e spiovere.
Ma, a parte queste disquisizioni su scancellare o cancellare, cosa c'entra il cancello da cui il verbo deriva? È presto detto. Cancellare (o scancellare) viene dal latino e significa inferriare.
Scancellare uno scritto significa, dunque, farvi sopra dei segni a mo' di cancello per renderlo illeggibile.
Signori, a voi il... busillis
Chi non ha mai adoperato quest'espressione per mettere in evidenza la difficoltà, il nodo di una questione? Che cosa è, dunque, questo busillis?
Si racconta di uno scolaro, probabilmente un futuro prete, che dovendo tradurre il principio di un brano del Vangelo (dal latino in italiano), arrivato alla fine di un rigo divise le parole in diebus illis (in quei giorni) in questo modo: in die—busillis. Al momento della traduzione scrisse, senza un minimo di esitazione: nel giorno del busillis.
Da quel momento il busillis ebbe la sua gloria linguistica tanto che ancora si usa per indicare un ostacolo non facilmente superabile.
Un accento sballato
Il signor Spuntini lasciò lo studio medico sbattendo la porta: era terribilmente offeso. Il sanitario gli aveva diagnosticato un’anurìa che, in lingua italiana, significa mancanza di coda. Il medico aveva azzeccato la diagnosi però, a causa dell’errata accentazione, aveva offeso il paziente che in fatto di lingua era un mostro.
Spuntini soffriva, infatti, di anùria, cioè di una passeggera mancanza di orina. Questo termine, come la maggior parte dei vocaboli medici, proviene dal greco ed è formato con il prefisso negativo α— (a = alfa privativo) e con il sostantivo ούρησις (ùresis = minzione), deve conservare, quindi, la medesima accentazione della lingua di provenienza.
Da sottolineare, a questo proposito, il fatto che il prefisso a— dà alla parola cui è anteposto un valore negativo senza, però, affermare il contrario. Un uomo amorale, per tanto, è un uomo indifferente alla morale; un apolitico è un uomo che non si interessa di politica, un indifferente alla politica.
Amovibile, invece, non è composto — come molti erroneamente credono — con a— (alfa privativo), proviene dal latino amovère e significa che può essere rimosso; il suo contrario, per tanto, è inamovibile. Si presti molta attenzione agli accenti, si eviterà, così, di fare delle figure caprine come il nostro amico medico.
Molte persone, tra le più acculturate, vanificano anni e anni di studio perché i loro accenti sono completamente errati. Alcuni, infatti, e tra questi dobbiamo annoverare — nostro malgrado — degli stimatissimi professori di scuola media superiore, pronunciano rùbrica e non — come si deve dire correttamente — rubrìca, con l’accentazione piana.
Eppure dovrebbero sapere che questo termine, con l’accentazione a tutti nota, ci è giunto dal… latino. Deriva, infatti, dall’aggettivo latino ruber (rosso). Ma cosa c’entra il colore rosso con la raccolta, in ordine alfabetico, di indirizzi e numeri telefonici cui ci rimanda l’accezione attuale di rubrìca? Vediamo.
In origine la rubrìca, anzi terra rubrìca (terra rossa), era una varietà di argilla con la quale i nostri antenati Latini preparavano una vernice destinata a vari usi. In particolare era adoperata per tingere di rosso l’asta di legno attorno alla quale si avvolgeva il papiro o la pergamena per i libri.
Successivamente, con il trascorrere dei secoli, si pensò di stampare in rosso (rubrìca) alcune parti del libro a cui si voleva dare un’evidenza particolare come, per esempio, le lettere iniziali dei capitoli o intere frasi. Nei libri liturgici, infatti, le norme che regolano le funzioni religiose sono scritte in rosso per distinguerle rapidamente dalle altre formule di preghiera, scritte in nero. Donde il nome rubricario. Una volta intrapresa questa strada il termine rubrìca ha acquisito significati estensivi che con il colore rosso non hanno nulla che vedere.
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