Turlupinare

Tutti conosciamo il significato di turlupinare, se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: ingannare, raggirare, gabbare, abbindolare.
È un francesismo che sconsigliamo decisamente essendoci, per l’appunto, i corrispettivi verbi italiani. Riteniamo interessante, però, portare a conoscenza degli amici blogghisti l’origine del verbo. Ci affidiamo a Enzo La Stella.
Verbo di uso non comunissimo, che significa prendere in giro o, peggio, imbrogliare e che deriva dal nome d’arte di Henry le Grand Belleville, famoso attore comico francese del Seicento; a un certo punto della sua carriera, Henry scelse il nomignolo di “Turlupin”, con cui interpretò varie parti satiriche di grande successo.
Tale nomignolo si rifaceva a una setta di eretici trecenteschi, che non usavano vestiti e che erano accusati di ogni sorta di eccessi, tanto che il loro nome aveva preso a indicare, genericamente, chiunque avesse fatto scherzi di dubbio gusto.
Tuttavia, il loro nome non sarebbe entrato nel lessico francese (“turlupiner”) e nel nostro senza la mediazione artistica di Henry che, supponiamo, scelse maliziosamente il nomignolo citato nella convinzione che esso, contenente il vocabolo “pine” (uno dei molti modi francesi per chiamare il membro virile) avrebbe fatto scompisciare dalle risa le platee di bocca buona.

06-11-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Chiamarsi fuori

Tutti conosciamo il modo di dire sopra citato; pochi conoscono, forse, l’origine. Vogliamo vederla assieme? Bene. Affidiamoci al “re” dei modi di dire, Ludovico Passarini.
Per indicare accortezza abbiamo anche un altro modo usato comunemente dal volgo, preso dai giocatori di carte; ed è “chiamarsi fori o fora”. Quando il giocatore, numerando le sue carte, si avvede di essere arrivato o ch’è per giungere a compire il numero di punti, che ci vogliono per vincere, timoroso che il suo compagno ci arrivi anch’esso, contento della vittoria dice: ‘Mi chiamo fori’.
E se il compagno s’avvedesse di avere anch’esso accozzato i punti richiesti, e dicesse ‘mi chiamo fori anch’io’, il vincitore, verificato il numero dei punti, sarebbe l’altro, perché primo a proclamarsi fori, quasi fuor della meta da lui sorpassata. Da qui si vede che il “chiamarsi fori” è un atto di accortezza, e di lestezza, che non fatto a tempo fa perdere tutto il merito o il guadagno dell’opera.
Questo motto quindi trasportato ai tanti casi della vita, in cui potrebbe corrersi qualche pericolo per ignavia o trascuratezza, vale a significare: ‘Io mi metto in salvo’; ‘Mi dichiaro innocente’; ‘Non ne so nulla’; ‘non me n’impaccio’ e cose simili.

03-11-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Grazie di o grazie per?

Molto spesso siamo presi dal dubbio sulla preposizione da far seguire a “grazie”, interiezione che esprime riconoscenza, ringraziamento e simili: “di” o “per”? Non c’è differenza alcuna, si possono adoperare l’una o l’altra: grazie “di” avermi risposto; grazie “per” avermi risposto.
Personalmente preferiamo la preposizione “per” perché riteniamo esprima meglio il motivo, la ragione del… ringraziamento (grazie “per”, cioè grazie “perché” mi hai risposto).
Quest’interiezione viene anche usata per mettere in evidenza l’ovvietà di un’affermazione o il carattere retorico di una domanda: Giulio è arrivato prima di te. "Grazie", abita lí vicino!
Si fa seguire dalla preposizione “a”, invece, quando “grazie” sta a significare “per merito di”, “per volontà di”, "con l'aiuto di": grazie “a” te sono stato assunto (vale a dire “per merito “ tuo, "con il tuo aiuto" sono stato assunto).

02-11-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink