La soprano e la studente

La platea era gremitissima, tutte le più alte personalità del mondo dello spettacolo erano intervenute per acclamare la grande cantante: Car-la, Car-la. Lei, la protagonista, non era più in sé per la gioia: sarebbe stato il giorno del suo trionfo quando, sul palcoscenico, il ministro del turismo e dello spettacolo le avrebbe imposto la corona di Regina dei soprani.
Non fu così, purtroppo, l’emozione tradì Carla, che prese una stecca e il pubblico, prontissimo, trasformò la sala in un uragano di fischi. La carriera del soprano tramontò ancora prima di cominciare.
L’espressione fare una stecca o prendere una stecca, cioè non prendere una nota con la giusta intonazione, quindi stonare, deriva dal gioco del biliardo. Gli appassionati di questo gioco la conoscono bene: quando un giocatore colpisce male la palla con la stecca, questa fa un suono strano, come se si scheggiasse, donde la locuzione fare una stecca falsa.
Dal gioco del biliardo, per simpatia, l’espressione è passata al mondo della musica e si riferisce alla persona che quando canta stecca, cioè stona.
Per quanto attiene al soprano c’è da dire che questo termine è nato maschile e deve rimanere tale, anche se oggi è invalso l’uso di ritenerlo femminile (con l’avallo di certi vocabolari): la soprano Carla Brambilla. Fino ad alcuni secoli fa, alle donne era proibito calcare le scene, le parti femminili, quindi, erano affidate a uomini particolari la cui voce era di timbro più elevato in confronto alle altre; era, cioè, sopra alle altre, donde, appunto, soprano. Diremo, perciò, il soprano Carla Brambilla.
Visto che siamo in tema di femminismo, due parole sul femminile di studente. Qualche pseudolinguista sobbalzerà sulla sedia davanti a la studente. Il participio presente dei verbi è anche un aggettivo e in quanto tale prende la desinenza del genere al quale si riferisce. Poiché il participio presente dei verbi termina in -e fa parte della schiera degli aggettivi della II classe, come facile, difficile, che hanno un’unica desinenza tanto per il maschile quanto per il femminile: un problema facile, una soluzione difficile.
Studente, per tanto, considerato un “aggettivo verbale” della II classe può benissimo rimanere invariato nella forma femminile: la studente Giovanna Giovannetti.
È lo stesso caso, insomma, di cantante, nessuno direbbe la cantantessa. Perché, dunque, dobbiamo avere la studentessa?
Amiche studenti, state tranquille, non vogliamo assolutamente indurvi in un falso errore, dite e scrivete pure, se volete, studentessa, ma nessun professore, con la P maiuscola, potrà sottolineare con la fatidica matita blu la studente.

31-10-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Male e malo

Mal è la forma tronca tanto dell’avverbio male (mal nutrito) quanto dell’aggettivo malo (mal partito).
Nel primo caso non si apostrofa mai (mal accetto); nel secondo si apostrofa esclusivamente davanti a sostantivi femminili che, ovviamente, cominciano con vocale: mal’erba.
E a proposito di male, non tutti i vocabolari concordano sul plurale di malcostume (o mal costume). Alcuni registrano la forma normale: malcostumi.
Altri, invece, come il Devoto-Oli, il Sabatini Coletti, il Gabrielli e il Sandron, fanno mutare la desinenza di entrambi i componenti (male e costume): malicostumi (o mali costumi). Lo Zingarelli, infine, dà entrambi i plurali. Un povero cristo come deve regolarsi?
A nostro modo di vedere seguendo la forma ‘normale’: malcostumi. Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, non specificando il plurale lascia intendere che la forma corretta è quella normale: malcostumi.
Una ricerca con Google ha dato: 412.000 occorrenze per malcostumi e 4.520 per malicostumi.
30-10-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Perfuntoriamente

Ecco un avverbio che, relegato in soffitta, ci piacerebbe fosse rispolverato: perfuntoriamente.

Significa superficialmente, sbrigativamente, alla buona: state tranquilli non faremo nulla di formale, sarà una riunione così, perfuntoriamente.

È tratto dall’antico aggettivo perfuntorio (‘negligente’).

Etimo.it
- perfuntorio

27-10-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink