Harakiri
E sempre in tema di modi di dire, chi non conosce il significato figurato di fare harakiri?
Prima di occuparci del significato metaforico dell’espressione, che in senso proprio indica il suicidio dei samurai giapponesi i quali — per motivi di onore — si tolgono la vita squarciandosi il ventre con la spada, ci preme soffermarci sull’esatta grafia del termine, che è con l’ hiniziale, harakiri, appunto, o se si vuole italianizzare, carachiri, come suggerisce il DOP, non con il k, come molto spesso, per non dire sempre, si vede scritto sulla stampa. Ma tant’è.
Fare harakiri, dunque, in senso figurato si dice di colui che — senza un motivo apparente o per lo meno senza motivazioni plausibili agli occhi di altri — decide la propria rovina economica, morale e di carriera. Tizio ha fatto harakiri, cioè si è tolto di mezzo rinunciando volontariamente alla propria fortuna.
Fare uno conte di Corneto
Appena fuori del portone, varcato l’angolo, Giovanni non poté fare a meno di attirare l’attenzione del padre ed esclamare: «Papà, guarda c’è il cavalier Del Raso con la moglie; lo sai che è diventato conte di Corneto?».
Il padre, naturalmente, non capì e chiese spiegazioni al figlio. Questi, come i giovani di oggi, molto più scaltro del genitore, con aria stupita (per l’ignoranza del padre) gli fece notare che era l’unico a non sapere che l’espressione diventare conte di Corneto è un modo elegante per mettere in dubbio la fedeltà coniugale di una persona.
Nel caso del cavaliere era messa in dubbio la fedeltà della moglie. Del Raso, insomma, come si dice comunemente e volgarmente era un… Vediamo come è nato questo modo di dire.
Qualche anno dopo la breccia di Porta Pia, esattamente nel 1872, alla medievale cittadina di Tarquinia, in provincia di Viterbo, fu imposto il nome — che conservò fino al 1922 — di Corneto di Tarquinia (dal nome dell’omonimo castello).
Dal nome di Corneto, attraverso un gioco di parole con corno, la fantasia popolare ha coniato le espressioni «mandare uno a Corneto», «farlo conte di Corneto»; «nominarlo duca di Corneto»; «principe di Corneto”. Tutti modi di dire, che, con eleganza, vogliono mettere in evidenza l’infedeltà coniugale.
Indifferente
Se apriamo un qualunque vocabolario alla voce indifferente, possiamo leggere:
«agg.
1 Che non suscita particolare interesse o simpatia: un tipo di bellezza che mi lascia i. non i., che importa, che è degno di considerazione: somma non i. essere i., seguito da frase soggettiva, essere equivalente, uguale: che tu resti o esca per me è i.
2 Che non si lascia coinvolgere emotivamente SIN apatico, impassibile: persona i. per natura; che non si lascia influenzare da qlco. SIN insensibile: restare i. alle critiche, alle lusinghe
3 Imparziale: arbitro i.; parere i.
s.m. e f.
Persona priva di interessi, apatica fare l'i., ostentare imperturbabilità quando invece si è commossi
avv. indifferentemente, senza che faccia differenza»
(Sabatini Coletti in rete).
A nostro modo di vedere molto spesso si adopera in modo improprio dando al termine un significato che non ha: importante, ragguardevole, rilevante, non trascurabile, non da poco e simili. Non diremo, per esempio, ho dovuto affrontare una spesa non indifferente, ma, correttamente, una spesa notevole, ragguardevole, rilevante e simili.
Indifferente non significa, infatti, “che non interessa”? E una spesa notevole interessa, eccome! Non tutti i vocabolari, però, sono del nostro avviso. Ma tant'è. Indifferente
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