Declinare...

Probabilmente non tutti saranno d’accordo su quanto stiamo per scrivere (ogni giudizio, ovviamente, è soggettivo). Nel nostro lessico c’è un verbo che sa troppo di burocrazia e andrebbe, a nostro modo di vedere, sostituito con altri più consoni. Il verbo incriminato è declinare.
Non dimentichiamo che l’accezione primaria del suddetto verbo è volgere, tendere gradatamente al basso derivando dal latino chinare (inclinare): la montagna declina verso la pianura. Adoperarlo nel senso di rendere noto o di respingere ci sembra, per l’appunto, un abuso linguistico.
Spesso, anzi sempre, si sente dire o si legge declinò le generalità (le rese note); la direzione declina ogni responsabilità; Mario ha declinato l’invito.
Non è meglio dire respinge ogni responsabilità; dette (o riferì) le generalità e ha rifiutato, non ha accettato l’invito?
Declinare, insomma, è un verbo che, a nostro avviso, meno si usa nelle accezioni incriminate meglio è per il bene della lingua di Dante.

23-09-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Omicidio o delitto?

«I delitti sono proporzionati alla purezza della coscienza, e quello che per certi cuori è appena un errore, per alcune anime candide assume le proporzioni di un delitto». Questo pensiero dello scrittore francese Balzac - capitatoci casualmente sotto gli occhi - ci ha richiamato alla mente il fatto che gran parte delle persone confondono il delitto con l’omicidio, nel senso che ritengono i due termini uno sinonimo dell’altro (e la colpa, forse, è anche della stampa, maestra nell’arte di confondere le idee linguistiche alle persone sprovvedute).
No, amici cari, il delitto e l’omicidio non sono affatto sinonimi anche se l’omicidio è un... delitto, come è un delitto, del resto, il latrocinio o il rapimento. Il delitto, per tanto – lo avrete capito – è un qualunque reato. Compiono un’azione delittuosa, quindi, tutte le persone che – come dice l’etimologia del termine – vengono meno (al dovere) e commettono una mancanza. Ma cerchiamo di spiegarci meglio.
Il delitto, dunque, dal punto di vista etimologico, è il latino (al solito) delictu(m) (crimine, reato), derivato di delictum, supino del verbo delinquere. Il verbo latino, a sua volta, è composto della particella de, con valore intensivo, e del verbo linquere (lasciare, abbandonare) con il significato, quindi, di lasciare indietro, mancare e, per tanto, venir meno (al dovere), commettere una mancanza, una colpa.
Il ladro, quindi, commette un delitto rubando; l’assassino commette un delitto uccidendo. Come si può sostenere la tesi, dunque, secondo la quale delitto e omicidio sono la medesima cosa, vale a dire hanno il medesimo significato?
Le persone che commettono un reato, un delitto, delinquono, ossia – come ci fa capire l’etimologia del verbo – abbandonano la via (della giustizia, della legge). Il delinquente chi è, infatti, se non colui che si allontana dalla retta via?
E a proposito di delinquere, amici amatori del bello scrivere e del bel parlare, non seguite l’esempio deleterio dei mezzi di comunicazione di massa (stampa e radiotelevisioni) che scrivono e dicono associazione a delinquere; la sola espressione corretta è associazione per delinquere in quanto si tratta di un comunissimo complemento di fine o scopo: quale è lo scopo, il fine dell’associazione? quello di delinquere.
E il complemento di fine – come tutti dovrebbero sapere – non può essere introdotto dalla preposizione a, l’unica autorizzata è la sorella per. Associazione “per” delinquere, quindi.
Diffidate, per tanto, di coloro che nascondono la loro crassa ignoranza linguistica dietro l’ormai si dice, e le redazioni – ve lo assicuriamo – pullulano di dottori ormai si dice. Costoro, amici, compiono quotidianamente un... delitto: uccidono la lingua.
Non rendetevi complici seguendo il loro cattivo esempio. Fate vostro ciò che magistralmente dice il Manzoni: «Il delitto è un padrone rigido e inflessibile, contro cui non divien forte se non chi se ne ribella interamente». Ribellatevi, dunque, ai delitti linguistici ai quali ogni giorno gli organi d’informazione, inopinatamente, ci fanno assistere.

22-09-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


I capilinea o i capolinea?

Una regola grammaticale stabilisce che il plurale di parole composte con una forma verbale e un sostantivo maschile (singolare) si ottiene modificando il sostantivo: marciapiede, marciapiedi. Ho notato, però, che non tutti i vocabolari concordano su questa regola.
Per quanto attiene al plurale di "copricapo", per esempio, alcuni dizionari, tra i quali il Treccani, non riportano il plurale (il che lascia supporre che il plurale si forma secondo la regola su riportata); altri ammettono l’invariabilità (i copricapo) e il plurale normale (copricapi); il Dop, però, specifica che la forma invariata è meno comune. Il Devoto-Oli compatto, edizione 2006/2007 con Cd-Rom, registra esclusivamente l’invariabilità del termine; lo stesso vocabolario, però, riporta coprifuochi quale plurale di coprifuoco. Non è lo stesso caso di copricapo?
Perché due pesi e due misure? Perché, insomma, i copricapo e i coprifuochi? Ma torniamo un attimo al Dop che – a mio avviso – confonde un po’ le idee per quanto riguarda la formazione di alcuni plurali: copricapo, copricapi; copribusto (invariabile); copricalice (invariabile); coprifuoco, coprifuochi; copriletto (invariabile). Se la regola sopra citata non è errata come si spiega questa anarchia nella formazione di alcuni plurali?
Ecco un altro caso in cui un povero cristo – consultando più vocabolari – non sa come comportarsi per non sbagliare in quanto i pareri sono discordi. Sto parlando del plurale di capolinea. Per il De Mauro in linea il sostantivo è ermafrodito e tassativamente invariato: il/la capolinea, i/le capolinea. Il Treccani in linea lo considera esclusivamente maschile e si può pluralizzare in capilinea. Sulla stessa lunghezza d’onda il Dop , il Devoto-Oli 2006/2007 e Sapere.it (i capolinea o i capilinea). Per il Gabrielli e la Garzantilinguistica il sostantivo è maschile e si pluralizza normalmente (capilinea).
E a proposito di ermafrodito è bene ricordare che questo vocabolo è sostantivo e aggettivo. Ermafrodita (con la a) è il sostantivo femminile o l'aggettivo femminile, non il maschile (sostantivo o aggettivo) singolare. Avremo, quindi: un fanciullo ermafrodito; una fanciulla ermafrodita; due fanciulli ermafroditi e due fanciulle ermafrodite.

21-09-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




I nostri siti
En français
In english
In Deutsch
En español
Em portugues
По русски
Στα ελληνικά
Ën piemontèis
Le nostre applicazioni mobili
Android