Declinare

Probabilmente non tutti saranno d'accordo su quanto stiamo per scrivere (ogni giudizio, ovviamente, è soggettivo). Nel nostro lessico c'è un verbo che sa troppo di burocrazia e andrebbe, a nostro modo di vedere, sostituito con altri più consoni. Il verbo incriminato è declinare.

Non dimentichiamo che l'accezione primaria del suddetto verbo è volgere, tendere gradatamente al basso derivando dal latino chinare (inclinare): la montagna declina verso la pianura. Adoperarlo nel senso di rendere noto o di respingere ci sembra, per l'appunto, un abuso linguistico.

Spesso, anzi sempre, si sente dire o si legge declinò le generalità (le rese note); la direzione declina ogni responsabilità; Mario ha declinato l'invito. Non è meglio dire respinge ogni responsabilità; dette (o riferì) le generalità e ha rifiutato, non ha accettato l'invito?

Declinare, insomma, è un verbo che, a nostro avviso, meno si usa nelle accezioni incriminate meglio è per il bene della lingua di Dante.

26-01-2021 — Autore: Fausto Raso — permalink


Un titolo «itangliano»

Ecco un titolo — di un quotidiano in rete — che si potrebbe definire itangliano: Crescono le borse post laurea, ma il 90% dei ricercatori sarà espulso
Perché itangliano? Perché il prefisso post-, in lingua italiana, non attaccato alla parola che segue non ha alcun senso. Post, da solo, si ha solo in lingua inglese con l'accezione di missiva, corrispondenza,
posta
. Gli amici lettore conoscono bene il termine perché postano i loro interventi nei vari siti.
Post-, dunque, in lingua italiana è un prefisso con valore temporale o spaziale e come tutti i prefissi si scrive unito alla parola che segue: postlaurea.
Vediamo ciò che riporta il Treccani in rete:
«pòst- (dal lat. post, post- “dopo, dietro”). —
Prefisso di molte parole composte, derivate dal lat. o, più spesso, formate modernamente, nelle quali indica per lo più posteriorità nel tempo, col senso quindi di “poi, dopo, più tardi”. Tranne pochi casi in cui ha funzione avverbiale (come quando è premesso a verbi), ha di solito funzione prepositiva rispetto al secondo elemento, che può essere un sostantivo o, più spesso, un aggettivo (postpliocene, postmoderno, postoperatorio). In termini dell'anatomia e anche della fonologia, ha spesso sign. locale, di “dietro, posteriore, situato posteriormente” e sim. (postipofisi, postorbitale, postdentale, ecc.). In parecchi composti si contrappone a pre- (prebellico — postbellico, preludio — postludio, prematuropostmaturo), in pochi a anti- (antidiluvianopostdiluviano, antidatare — postdatare (...).
»
Si può anche togliere la t e scrivere poslaurea se l'elemento che segue il prefisso comincia con una consonante, come nel caso in oggetto, appunto. Correttamente, dunque: postlaurea o poslaurea.

25-01-2021 — Autore: Fausto Raso — permalink


Una zeugmata

La vittima subiva richieste di denaro e minacce di morte*
Probabilmente qualche linguista — nel caso si imbatta in questo sito — sarà pronto a fustigarci perché censuriamo questo titolo di un quotidiano in rete. Motivo? Il titolo — a nostro avviso — contiene uno zeugma (si potrebbe definire un “quasi errore") che in buona lingua italiana è da evitare.
Che cosa è questo zeugma? È una figura retorica che consiste nel riferire un verbo a due o più elementi della frase che richiederebbero, invece, ciascuno un verbo specifico. Lo zeugma, insomma, produce un'incoerenza semantica.
Nel titolo in oggetto il verbo subiva è collegato tanto a richieste quanto a minacce. A nostro modo di vedere le minacce non si subiscono, si ricevono. In questo caso, per tanto, occorrono due verbi; uno per le richieste e uno per le minacce: la vittima subiva richieste di denaro e riceveva minacce di morte.
Secondo il nostro modesto parere i titolisti non sarebbero incorsi in una zeugmata se avessero adoperato il verbo ricevere, buono sia per le richieste sia per le minacce.
Attendiamo smentite dai soliti linguisti, ai quali potremmo rispondere, eventualmente, con le parole di Leo Pestelli: «... Quando Dante scrisse “parlare e lagrimar vedrai insieme...” non fece grammaticalmente una buona figura, ma i retori, con una controfigura, quella dello “zeugma” o aggiogamento, consistente nel riferire un verbo a più parole diverse mentre per il senso non converrebbe propriamente che a una di esse, ci misero prontamente una toppa...».
È bene, insomma, non “zeugmare"
22-01-2021 — Autore: Fausto Raso — permalink




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